BIBLIOGRAFIA


AVVISO ai PELLEGRINI CHE DESIDERANO VISITARE LA TOMBA DI S.TOMMASO APOSTOLO in ORTONA

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S.Tommaso Apostolo
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Questo sito web: www.tommasoapostolo.it  ha  un antenato prezioso nella carta stampata.

In un tempo passato recente non esisteva internet, né tutte le comodità che abbiamo al giorno d’oggi, ma si era fedeli ad annotare, raccontare, studiare sulla carta stampata tutto quello che avveniva in Ortona, specialmente nella Basilica di s. Tommaso. 

Il foglio si chiamava “la Voce di san Tommaso” ed era il bollettino ufficiale della Parrocchia, come oggi lo è il sito web che voi conoscete.

Sulla scia di tanti articoli pubblicati e che oggi farebbero la gioia di tanti giornalisti noi riprendiamo il meglio  di questi  articoli più accattivanti e ve li riproponiamo, considerando sempre che sono datati e forse non più attuali per il nostro tempo, ma emanano sempre un’aria familiare di storia e di avvenimenti che non dobbiamo dimenticare.

 

Storia della Chiesa di san Tommaso

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LA CHIESA Di s. Tommaso
vicende dell’ edificio 


Dalle origini al sec. XIII

1. La prima chiesa cattedrale, sotto il titolo di s. Pietro apostolo, è localizzata dalla tradizione secolare (Fr. P. Recchini, Appunti per la storia di Ortona, pag. 51) e da antichi manoscritti (Cronicon Farfense di Gregorio da Catino, secc. XI-Xll) sulla Ripa Grande al cospetto del mare (a un dipresso su parte dell'area occupata dal Palazzo Farnese). Gli scoscendimenti della collina. le ricorrenti invasioni dei barbari e rovinosi terremoti avevano ridotto il tempio ad uno stato pietoso; cosicché nel sec. Xlll titolo e mansioni passarono alla chiese di s. Maria.

2. Edificata - probabilmente – sulle rovine di un tempio pagano anch'essa subì incendi e devastazioni. A pianta rettangolare e ad una navata (conclusa nell'abside) era orientata e corrispondeva, grosso modo, all'area compresa dalla cappella di si Tommaso fino a quella di s. Maria Maddalena. A tal proposito è interessante l'attestazione fornita dall'architetto preposto al primo lotto di lavori (1946-1948) per la ricostruzione dell'edificio dopo gli ultimi eventi bellici: «della primitiva chiesa sono venute alla luce con alcune strutture nel completare le demolizioni delle murate pericolanti. Dall'esame di esse e dal ritrovamento di un piccolo documento in piombo stampato al fianco delle fondazioni, ho potuto stabilire che nel sesto secolo era già in via di costruzione. infatti nel documento trovato è impresso un segno caratteristico che mi ha ricordato gli analoghi simboli delle chiese bizantine dei ss. Sergio e Bacco : e di s. Sofia ›› (Dag. Drisaldi ne la Ronda ortonese: «la Cattedrale di s. Tommaso dalla nascita ai giorni nostri»; Anno I. n. 4, 30-3-1946).

3. Nel sec. X è individuata come la «chiesa maggiore di s. Maria››; ad essa vengono legati in testamento dal sacerdote ortonese Pappone «tutti i suoi libri», e dal conte longobardo Accardo monete d'oro e d'argento (D. Romanelli Scoverte patrie, vol. ll, pagg. 265 e 272).

Alla calata dei Normanni l'Abruzzo e Ortona furono sottoposti a saccheggi e scorrerie dal conte d Loritello Roberto nipote del Guiscardo. ll Pollidori, sulla scorta di antichi codici manoscritti, ci informa che la sciagura più esiziale di quell’anno (1060) fu il totale smantellamento della Chiesa di s. Maria. Con ogni probabilità il sacro edificio fu subito riparato. Ma un violentissimo terremoto (1125) rovinò completamente -- sempre al dire delle antiche cronache - anche la chiesa di s. Maria la quale, dopo due anni di intenso lavoro, il 10 novembre fu di nuovo consacrata e riaperta al culto (il Museo della Cattedrale conserva la lapide della « dedicazione ››).

4. Sotto lo svevo Federico ll, avendo Ortona ripreso in pieno il volume dei commerci, alla città adriatica furono di nuovo accordati esenzioni e privilegi. E anche la « sua ›› chiesa venne gratificata di una dote annua di due libre e mezzo di «oro puro» nella persona dell'arciprete e dei canonici di s. Maria (D. Romanelli, o.c., D09- 276). Segno questo che il tempio era in piena efficienza (nel 1255 Mastro Riccardo innalza la torre-campanile) quando la sera del 6 settembre 1258 giunsero le Ossa di s. Tommaso apostolo recate da Leone Acciaioli.


dal sec. XIV al «sacco › dei turchi

5. Il possesso delle Ossa dell'apostolo s.Tommaso costituiva un tesoro troppo prezioso per la «chiesa di s. Maria›› perché gli ortonesi non si preoccupassero subito di renderla più ampia e artisticamente nobile. Dal Bonanni (G. Bonanni: Amministrazione municipale della città di Ortona a mare, secc. XVI, XVII e XVIII; Lanciano 1899, pagg. 41, n. 33) sappiamo che il tempio - verso la fine del secolo - fu ampliato a tre navate e «ridotto a gotico disegno ›› : più propriamente l'area della chiesa divenne navata destra; nel 1311 l'ortonese Nicola Mancino l'adornò persino di un prestigioso portale. Durante un secolo e mezzo l'edificio non subì rifacimenti essenziali.

Va qui ricordato che se porto, commerci e industrie procurarono a Ortona (sotto Svevi e Angioini) un'apprezzata rinomanza in tutto il regno napoletano, le preziose Reliquie di s. Tommaso fornirono a questa città un lustro nella cristianità. D'ogni parte, sicché, si cominciò a venire alla città adriatica, -come si traeva agli altri santuari celebrati: a Roma, alla Terra santa, a s. Giacomo di Galizia, al Gargano [s. Michele), a Bari (s. Nicola), ad Amalfi (s. Andrea). Nella primavera del 1364 e durante l'estate dell'anno successivo visita il tempio la mistica svedese s. Brigida; durante il primo trentennio del sec. XV (1427) vi sostò e vi predicò s. Giovanni da Capestrano per suggellare la pace tra Ortona e Lanciano.

Verso la fine del sec. XIV è impetrata e concessa la indulgenza plenaria (il Perdono] da papa Bonifacio IX; nel 1479 Sisto IV la rinnova e la sposta a maggio.

6. Nel 1456 un violento terremoto, seminando rovine e lutti [il Romanelli: o.c., pag. 326 fa ascendere a quasi 500 i morti), squassa anche la chiesa.

Una volta iniziati i lavori di consolidamento e di restauro l'edificio «fu rimaneggiato e dallo schema a tre navi fu trasformato a croce latina ad unica navata con braccio trasversale e cappelle laterali. l suoi costruttori furono allora costretti a rinforzare in ogni sua parte le strutture portanti del monumento nato per sorreggere un organismo leggero e tutto diverso dall'attuale. Così le sottili colonne sormontate dai graziosi capitelli decorativi e le snelle arcate ogivali che separavano la nave centrale dalle laterali, subendo la mania rinnovatrice del secolo, furono incorporati da possenti pilastri collegati ad archi a tutto sesto; le navi laterali divennero cappelle divise dai contrafforti trasversali degli archi e delle volte» [Dag. Drisaldi: periodico cit., anno I, n. 4).

Fu «voltata›› la cupola, degno coronamento a fianco della «torre» di mastro Riccardo [già innalzata nel 1255): a lato nord della chiesa venne realizzata da maestri veneziani l'elegante e spaziosa sagrestia.

Tra la fine del sec. XV e gli inizi del sec. XVI il sacro edificio poteva dirsi pressoché ultimato.

7. Il «sacco» dei turchi, però, cagionò un vero disastro. ll 1. agosto 1566 l'armata di Piali Pasha, dopo aver incendiato e saccheggiato l'altare-Tomba di s. Tommaso, appiccò il fuoco a tutto il tempio: soffitto, capriate, suppellettili formarono un unico rogo [rimanendo in piedi solo le mura perimetrali e la cupola, ma ridotta in condizioni pietosissime).

Se le Reliquie del Santo risultarono ben tosto ricuperate e sistemate – almeno provvisoriamente - in luogo sicuro non altrettanto si poté fare per il complesso architettonico: in sostanza bisognava riprender tutto daccapo.


nei secc. XVII e XVIII

Architetti contestati

8. Realizzatosi per Ortona il grossissimo evento religioso della restituzione della diocesi e del vescovato (20.10.1570) il novello Pastore Gian Domenico Rebiba, durante il primo quinquennio di attività pastorale, provvide alle più urgenti opere di consolidamento e di rinforzo del tempio. La volta «fu ricoperta d'una miracolosa lamia››, e realizzata così bene che « questa pare che l'aere miracolosamente la sostenga ›› (G.B. De Lectis, o.c., pag.3). Comunque, alla fine degli anni 70, le ferite inferte all'edificio potevano dirsi pressoché rimarginate (almeno le più vistose) se la s. Sede s'indusse a concedere di nuovo l'Indulgenza del Perdono a maggio (Breve di Gregorio Xlll, 13 settembre 1575; si conserva nella Biblioteca Capitolare).

All'alba del nuovo secolo si tornò ai lavori del tempio. Il successore del Rebiba il piacentino Boccabarile affrontò il problema in maniera organica e razionale. Del 1603 è la sistemazione delle Ossa di Leone Acciaiuoli; due anni dopo venne fuso il campanone; nel 1612 si ebbe la ricollocazione delle Ossa di s. Tommaso.

9. Una menzione a parte - e ragguardevole - merita il Vescovo Giovanni Vespoli. Il violento terremoto abbattutosi sul territorio ortonese, pochi mesi dopo l'ingresso in diocesi del pastore (1676) aveva rovinato edifici e chiese; la statica della « torre ›› risultò compromessa e lo stesso tempio dell'Apostolo ne uscì seriamente lesionato. Dal Romanelli, infatti, siamo informati del crollo di «una porzione della cupola già vecchia» (o.c., vol. ll, uag. 364). Sempre al dire del Drisaldi (Periodico cit., Anno I, nn. 9 e 14) “a seguito di lesioni, che minacciavano rovina alla chiesa, si costruirono all'esterno degli enormi speroni a scarpa che completavano le varie stratificazioni della vetusta basilica coprendo superficialmente il male ereditario lasciato dai suoi frettolosi rinnovatori”›.

A disastri così seri non si poteva porre rimedio in un lasso di tempo relativamente breve: occorreva uno studio accurato da parte di un tecnico e - sopratutto - bisognava reperire cospicui mezzi finanziari comunque, «poiché l'affare non ammette dilatione››, le Autorità si mossero seriamente. Il Verbale (8 luglio 1719) del Consiglio dei Decurioni (Libro delle Pubbliche Risoluzioni di Ortona dal 1692 al 1736; pagg. 182 (retro), 183 (e retro), rifacendo la cronistoria delle discussioni e diatribe degli anni precedenti, ci fa sapere che la Municipalità si era subito premurata nel ricercare un architetto.

10. Dall'inizio del secolo il milanese Giovanni Battista Gianni è impegnato ad Atri con la costruzione della chiesa di s. Reparata (Bruno Trubiani, la Basilica Cattedrale di Atri; Roma, 1969 - pag. 229); costui venne interpellato e gli si affidò il «disegno della Restauratione››, con l'impegno, però, che venissero fatte salve tre condizioni irrinunciabili: a) «di non mutare la cappella dell'Apostolo››; b) «di non indurre pregiuditio al campanile››; c) «di non variare la tribuna canonicale nella sua forma gotica ››. Quanto alla terza richiesta il motivo era ovvio: l'abside («la tribuna canonicale››) conservava ancora intatta l'impronta dello stile gotico: circa la cappella di s. Tommaso: restaurarla sì, ma com'era e dov'era; per il campanile: meglio costruirne un altro. In ogni caso salvare quello esistente. Ad ogni buon conto per la tutela dell'incolumità pubblicasi era già provveduto al consolidamento della « torre ››: nel 1688, infatti, il monumento risulta rivestito completamente a mattoni (cfr. G. Bonanni, o.c.; pag. 46, n. 20); così pure, a salvaguardia del tempio, il prospetto era stato «fasciato» con muro protettivo.

Approntati dal Gianni disegni e progetti “a tenore delle prescrittioni impostegli”› i lavori ebbero inizio ponendo mano al restauro dell'edificio vero e proprio.

11. Sennonché, trascorsi alcuni mesi, rilievi e critiche abbastanza pesanti cominciarono a fioccare. Perché mai – si faceva osservare - la cupola veniva collocata all'inizio della navata (all'ingresso del tempio) e non alla congiunzione di questa con l'abside? (il transetto); non era ciò uno scostarsi troppo vistoso dai canoni dell'arte sacra? («la chiesa non venga disposta nella dovuta simitria››).

Evidentemente - si concludeva – Il tecnico avrò previsto (e ora sta attuando) modifiche radicali. Le osservazioni dovettero impressionare un po' tutti: fatto sta che per il momento si soprassedette. Mentre il problema veniva studiato più a fondo il Gianni, prima che venisse silurato, prudentemente ritenne opportuno dimettersi e declinare l'incarico. «Essendo capitato in questa città incidentalmente (7) un tal architetto Carlo Buratti ›› gli fu rivolto l'invito. Riveduti i progetti e vagliati i contrastanti pareri il nuovo tecnico, a un dipresso, così consigliò: qualora la cupola venga... innalzata in fondo alla chiesa dovete localizzare la porta d'ingresso all'altra estremità (nell'area dell'abside: cioè alla cripta): se, invece, quella - cioè la cupola - deve risultare collocata al transetto demolite quanto avete già fatto e alzate poderosi pilastri di sostegno che sorreggono la mole.

Probabilmente anche qui saranno piovute altre critiche, ma... in senso inverso; in effetti si sarebbe dovuto demolire la cripta, rendere inutilizzato il portale duecentesco, trasferire altrove tutto il complesso della sacrestia.

Nel Consiglio del 28 agosto 1712 (Libro cit., pag. 172, retro), infatti, vengono sollevate doverose rimostranze e presentate amare costatazioni in questi termini: “non ha bisogno d'esaggerattioni, quando la Lamia della nave maggiore della chiesa, a bocca aperta dimostra, e ci fa conoscere l'evidente pericolo in cui si trova, e la necessità d'essere riparata, e dall'altra parte la zelante carità delle SS.VV. non deve aspettare impulso per esercitarla in un'opera tanto più [doverosa] quanto urgente, che quello (che Dio non voglia) sarebbe in deformazione e desolatione della medesima chiesa, senza speranza di più riedificarla, perché occorrerebbe una spesa eccedente e senza paragone alle umane debolezze. Che però le SS.VV. colle visceri della loro Pietà prendino tutti quei spedienti possibili per poterci dare un pronto soccorrimento, e principi a tanto bisognevole riparo”.


dal secolo XIX ai giorni nostri

12. A Mons. Vespoli succedette (1717) Giuseppe Falconi che dispiegò altrettanto valido impulso. ll novello Pastore sollecitò certamente le Autorità civili a muoversi adeguatamente. Dal predetto Verbale del Consiglio dell'8 luglio 1719 (n. 9) veniamo informati che i decurioni, scartati suggerimenti e raccomandazioni del Buratti, decisero di tornare al Gianni (n.10); una condizione apposta: la cupola a «tazza» (più bassa, e cioè senza il tamburo). Tutto sommato si veniva a preferire una soluzione più modesta e di minori spese. Durante quel decennio – quasi certamente _ fu «voltata›› la cupola e innalzato il nuovo campanile.

Nemmeno con Mons. Romano (17301735) si hanno notizie di rilievo circa ulteriori lavori che, peraltro, dovevano essere di pressante urgenza.

13. Sta di fatto che sotto il successore Marcantonio Amalfitani l'opinione cittadina è sempre ansiosa e preoccupata (si vede che neanche l'opera del Gianni aveva soddisfatto completamente o, che è più probabile, questi non ebbe né modo né tempo di portare a compimento l'impegno assunto).

Il Verbale del 13 gennaio 1750 (Libro dei Consigli della città di Ortona a mare, 1736-1761; pag. 91) così annota: « si propone in oltre alle SS. W. come in esecuzione d'altra pubblica resoluzione di questo pregiato Consiglio avendone fatte tutte le diligenze più esatte di ottenere in questa veneranda Provincia e fuori di essa nell'altre convicine un buon Architetto ingegniere che fosse più cosciente a riconoscere lo stato della chiesa del detto glorioso Apostolo, ed esaminare  ciocche presentemente dovrà farsi, pel proseguimento, fine della gran fabrica in essa fattasi, la quale non può ridursi  al bramato fine ed alla dovuta perfezzione per diversità di pareri, che regnano in questo nostra Città, ed intanto sono passati gli anni senza farsene parola, nonché avviarsi all'effettuazione d'essa, restando la detta fabrica tuttavia imperfetta con universale ammirazione e non senza scrupolo di coscienza. ››

Con il Vescovo De Dominicis (1766-1791) si mise finalmente il punto all'esecuzione dei lavori e, inoltre, fu attuato il sontuoso restauro della Cappella (con l'altare Tomba) di s. Tommaso e della cripta.

14. ll 1799 si rivelò altra data tristissima se non per il sacro edificio ma quanto per il sepolcreto dell'Apostolo. Come noto le soldatesche napoleoniche, dopo la fuga da Napoli (il precedente 21 dicembre) di re Ferdinando, si erano impossessate di Ortona otto giorni dopo. Sollevatasi in massa la città ricacciò dapprima gli occupanti ma venne, poi, sopraffatta il 18 febbraio successivo. La ritorsione della truppa couthardina non si fece attendere: negozi, abitazioni, chiese furono messi a soqquadro e saccheggiati; la Tomba di s. Tommaso profanata e il Busto d'argento trafugato; le campane delle chiese  si salvò solo il «campanone››  infranto e portate vie come preda di guerra.

Ai primi mesi dell'anno nuovo si procedette alla ricognizione delle Ossa dell'Apostolo, alla fusione di un nuovo Busto e alla ristrutturazione della Tomba.

(Gli Atti pubblici dell'assalto - 19-2-1799 - e della ricognizione delle Ossa di s. Tommaso - 26-4-1800 - sono conservati nella Biblioteca Capitolare).

15. Mentre in Europa vanno maturando eventi di portata storica - crollo definitivo del Bonaparte (1815) e ritorno a Napoli dei Borboni (la Restaurazione) - a Ortona muore il Vescovo Mons. Cresi (1804). Rimasta vacante per 14 anni nel 1818 la Sede è soppressa (Concordato di Terracina tra Pio VII e Ferdinando I; Bolla Pontificia « de utiliori dominicae›› del 27 giugno st. a.).

Con un disappunto così amaro [la diocesi che spariva dopo 13 secoli di vita gloriosa) non ci si poteva, ovviamente, preoccupare delle condizioni materiali del tempio.

Per la Sede Vescovile, comunque, ci si mosse in tutte le direzioni; si richiesero i buoni uffici del monarca presso la Santa Sede finché, 16 anni dopo (1834), la Diocesi fu restituita (anche se sotto la Amministrazione Perpetua dell'Arcivescovo di Lanciano).

16. Il primo Amministratore, il francescano «Mons. De Luca, promosse subito lavori di manutenzione per l'intero edificio (sulle mura perimetrali, lato nord, è visibile una lastra di pietra RETAUR. A. D.1835); incoraggiò artisti del pennello, del legno e dello stucco per il miglior decoro della Cappella di s. Tommaso e dotò il tempio di preziosi paramenti rossi (tuttora conservati). Venne pure eseguito il rialzo del pavimento di tutta la chiesa (e ciò in ottemperanza alla legge - 1833 – con cui Ferdinando vietava la tumulazione dei cadaveri nelle chiese).

Chi ebbe modo di osservare (fino al 1969) la cripta o la cappella di s. Maria Maddalena (prima degli ultimi eventi bellici) ricorderà che per accedervi bisognava scendere una quindicina di gradini, interrotti da un pianerottolo: a questa zona, appunto, era situato il pavimento della chiesa (all'incirca m. 1,50 al disotto del livello attuale) . Va' notato che « lungo la navata di mezzo si osservano in cattedrale le varie tombe gentilizie con gli stemmi delle famiglie nobili di Ortona, e con questo rialzamento di pavimento tutto è rimasto coverto ›› (Fr. P. Recchini: o.c., pag.139).

17. Anche la Cappella del Sacramento venne restaurata e decorata, ma sotto l'Amministratore Ludovico Rizzuti (succeduto al De Luca). Auspice l'Arcidiacono Domenico Pugliesi la Cappella fu trasformata in un vero gioiello d'arte. Con Mons. De Vincentiis (1853) viene anche portato a sistemazione il presbiterio col relativo pavimento a mosaico - come noto Coro, Porta maggiore e minore (doni della Municipalità) e pavimento (realizzato da maestri veneziani) sono andati distrutti nel 1943.

Bisognerà attendere un sessantennio prima che si riprenda a parlare di nuovi lavori in cattedrale.

Edessa la città benedetta

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Eliana Stori
Edessa la città benedetta: alcune note sui primi gruppi cristiani in Siria

 

Descrivere il primo cristianesimo come si presentava nei primi due secoli della nostra era non è compito facile, tanto più difficile risulta tracciare una descrizione di esso nelle aree considerate per lungo tempo marginali, come la regione di Edessa, di cui qui ci occuperemo. 

Tenterò quindi di tracciare una mappatura dei primi gruppi cristiani attivi nella regione siriaca consapevole dei limiti e delle difficoltà di questa operazione. 

Doverosa è innanzitutto una considerazione geografica: la Siria di cui si discuterà qui non è la regione di Antiochia sull’Oronte, ma la regione sita più ad est di essa avente come capitale Edessa, l’antica Orhai, la Mesopotamia del nord, lo stato dell’Osroene, dal nome della sua capitale Edessa/Orhai. La città di Edessa in questi anni era alleata dell’impero romano, ma con la sua cultura in influenzata da Partia e Armenia, la sua lingua e i suoi costanti contatti con la Persia e l’India, Edessa si trovava pure sia per geografia che per cultura sufficientemente distante da Roma. 

Il Chronicon edessenum cita i nomi di tre figure che hanno segnato profondamente il primo cristianesimo in Siria: Marcione, Bardesane e Mani. Tutti e tre questo personaggi lasciarono una profonda traccia di sé nel primo cristianesimo siriaco, tuttavia, se i primi due rientrano nell’arco cronologico che ci siamo prefissi di seguire, quel secondo secolo così importante per gli sviluppi della fede cristiana, il terzo invece non vi fa pienamente parte. In realtà però anche Mani può rientrare, seppur indi rettamente, nel nostro discorso sui gruppi cristiani in Siria nel II secolo perché nella prima parte della sua vita aderiva, insieme al padre, ad un particolare gruppo attivo ai confini di questa regione: il movimento elchesaita. 

Marcioniti, bardesaniti, elchesaiti, ma anche encratiti, valentiniani e forse cristiani cosiddetti “tommasini”: nel secondo secolo in questa regione a cavallo del confine romano e partico si assiste ad un proliferare di movimenti cristiani, che tuttavia convivono pure a stretto contatto con culti pagani ed ebrei della diaspora e forse con quella che successivamente diventerà la corrente ortodossa del cristianesimo rappresentata dai cosiddetti “palutiani”. 

Il dossier storiografico specifico sui primi gruppi cristiani in Siria è tuttavia abbastanza eterogeneo e dispersivo, mancano infatti monografie dedicate che approfondiscano questo tema in particolare, esso si trova analizzato, o più spesso solo accennato, soprattutto all’interno di articoli e in capitoli di volumi in cui l’argomento risulta funzionale alla materia trattata. Tale difficoltà rappresenta uno degli ostacoli maggiori insieme al problema di reperire materiale recente. Si cercherà quindi di fare una panoramica degli studi, che probabilmente non risulterà esaustiva, ma che rappresenta un primo approccio e al contempo una base di partenza sui gruppi cristiani presenti in Siria nei primi due secoli della nostra era utilizzando volumi che non trattino tanto degli stessi gruppi, quanto piuttosto inferendo le informazioni da testi dedicati magari ad un testo oppure ad un personaggio fondatore di tale gruppo e cercando di porre in rilievo le pubblicazioni recenti, ma con uno sguardo inevitabile anche a quelle più datate. 

I. MARCIONE E I MARCIONITI 

A giudicare dalla gran mole di materiale letterario antimarcionita prodotto in Siria le dottrine dell’armatore del Ponto dovevano avere avuto un ruolo importante nella storia del cristianesimo in questa regione. Il già citato Chronicon edessenum ci informa infatti che nell’anno 449 dell’era Seleucide (137/138 e.v.) Marcione lasciò la chiesa. Accanto a questa notizia viene menzionata la data di nascita di Bardesane (11 Luglio 465) e quella della seconda vocazione di Mani (551, 239/40 e.v.) indicata come sua nascita.1 Questo scritto sottolinea, tramite la contiguità spaziale e temporale, il ruolo fondamentale giocato dai tre personaggi ad Edessa nel secondo e terzo secolo. 

Ancor prima che negli scritti polemici di Efrem la controversia antimarcionita viene testimoniata dalla diatriba con Bardesane e i suoi (riportata anche in Refutatio VII,312 e nella Storia ecclesiastica IV,303 di Eusebio di Cesarea). Affermando l’unicità di Dio e la sua unica responsabilità nella creazione il Libro delle leggi dei paesi si apre in probabile contrasto con i convincimenti di Marcione: il male secondo il filosofo aramaico sarebbe dovuto all’influenza dei pianeti piuttosto che ad un demiurgo creatore del mondo.

Pure nelle Odi di Salomone, secondo Hans Drijvers, si scorgerebbe una sottile polemica antimarcionita sottolineata nei versi che richiamano l’identità del Dio-Creatore con il Dio-Sapienza5 e il convincimento che la provvidenza divina abbia guidato l’uomo nelle epoche successive alla creazione. 

Il marcionismo ebbe una lunga storia nella regione siriaca, dove preservò il suo carattere durante i secoli. Su tale argomento rimane a tutt’oggi fondamentale un articolo ad opera di Drijvers risalente però alla fine degli anni ’80.

Lo studioso definisce il marcionismo come una “dottrina della salvezza intrisa di filosofiaa che fuse il medio-platonismo con l’interpretazione paolina del vangelo”. Secondo Drijvers fu proprio questa propensione filosofica ad inserirsi così bene nel dibattito sul corpo e sull’anima, su Dio e sul mondo, sulla libertà e sul determinismo comuni in Siria in larga parte della popolazione. Filosofiaa greca e fervore religioso avrebbero quindi ispirato, secondo lo studioso, personaggi quali Taziano, Bardesa- ne, Marcione e Mani, e persino Efrem avrebbe avuto contezza di questo dibattito.7 Tutto ciò ben rientra nella visione di Drijvers e nel quadro che egli propone delle origini del cristianesimo in Siria: una credo arrivato dalla Siria ellenizzata, in particolar modo da Antiochia. 

Anche Arthur Vööbus, altro emerito studioso e siriacista di fama, si occupò della questione. Se, tuttavia, l’articolo di Drijvers risulta datato, l’opera di Vööbus (“History of Asceticism in the Syrian Orient”) lo è ancora di più collocandosi alla fine degli anni ’50.8 Le tesi del grande siriacista estone (sia sul marcionismo che sulla genesi del cristianesimo in Siria) meritano qui una menzione perché sono differenti e a tratti opposte rispetto a quelle di Drijvers, ma hanno goduto di grande successo. Vööbus sottolinea infatti come le comunità marcionite installatesi nell’oriente aramaico fossero caratterizzate da un ascetismo radicale, nell’ottica del rifiuto verso la creazione frutto del Demiurgo. Secondo le tesi di Vööbus essi avrebbero disprezzato il matrimonio, opera del Dio malvagio: Marcione avrebbe perciò richiesto una continenza assoluta,9 tanto che le comunità marcionite sarebbero state costituite da soli celibi. Questo atteggiamento dei seguaci di Marcione ci viene testimoniato anche da Efrem che infatti ricorda come essi deprecassero il matrimonio10 e disprezzassero anche il corpo, opera del Demiurgo.11 L’unico strumento di redenzione, rilevava Vööbus, consisteva nello sbarazzarsi delle pulsioni della carne.12 Oltre alla continenza le pratiche ascetiche dei marcioniti comprendevano pure un digiuno molto severo13 unitamente all’abbandono di ogni possedimento materiale che veniva reputato disprezzabile. I marcioniti in sostanza cercavano di evitare ogni contatto con il mondo della creazione, ma più essi si svilivano, più ricevevano critiche, accettate lo stesso di buon grado nella convinzione di avere il Salvatore al loro fianco nella sofferenza.14 

La descrizione di questo gruppo cristiano nella famosa opera di Vööbus History of Asceticism in the Syrian Orient, appare a tratti coincidere con i caratteri dell’ascetismo premonastico siriaco espresso dai cosiddetti “ figli e figlie del patto”. E proprio questo aspetto intende porre in evidenza lo studioso: come in Mesopotamia presero piede e crebbero rinforzandosi quei gruppi cristiani che fervevano nell’ascesi e nella continenza. 

II. BARDESANE, BARDESANITI 

Un’altra corrente, questa volta di origine più specificamente siriaca, attiva verso la fine del secondo secolo è costituita dai seguaci della scuola di Bardesane il cui pensiero risulta un amalgama delle molte in influenze religiose e culturali presenti nel variegato contesto culturale di Edessa. 

Bardesane nacque in seno a una famiglia aristocratica che gli diede un’educazione degna del suo rango e gli permise di entrare nella corte di Abgar VIII il Grande. Di intelligenza vivace Bardesane si occupò di varie discipline: scrisse infatti trattati filosofici, religiosi ed etnografici. 

I suoi interessi spaziavano dalle filosofie dell’India a quelle della Grecia ma fu pure un profondo conoscitore delle correnti religiose presenti ad Edessa. 

Di ciò che scrisse questo aristocratico erudito ci è rimasto poco, anche forse per l’accusa mossagli di eresia: il corpus bardesanitico comprende qualche frammento di suoi scritti eresiologici, il Libro delle Leggi dei Paesi,15 probabilmente non di sua mano ma redatto dagli allievi della sua scuola e resoconti eresiologici sistematici.16 

Il sincretismo e il pluralismo delle culture presenti ad Edessa risultano fusi nel pensiero di Bardesane e riformulati in una nuova unità, in influenze iraniche, giudaiche, cristiane, gnostiche, convivono sullo sfondo costituito da una religione semitica autoctona, dal culto dei pianeti, dalle conoscenze astrologiche. Il tutto viene coniugato in un personaggio di alto livello sociale ed elevata cultura che pone, secondo Drijvers, al centro del suo pensiero il tema della libertà.17Significativamente Vööbus nella sua opera citata in precedenza non tratta estesamente del pensiero di Bardesane e dei suoi seguaci, Bardesane e la sua scuola infatti non fanno gioco alla tesi che questo volume vuole dimostrare, ossia che gli inizi del cristianesimo in Siria fossero di stampo marcatamente ascetico. 

Dal Libro delle leggi dei paesi e dai frammenti emerge il quadro scolastico in cui si muove l’insegnamento di Bardesane.18 Alberto Camplani infatti ipotizza che ad Edessa esistesse “un centro cristiano di discussione e di ricerca, in concorrenza con le scuole filosofiche pagane che esistevano nella regione”.19 I seguaci di Bardesane sarebbero stati versati in vari campi del sapere al pari del loro maestro: la cultura greca, la teologia, l’astrologia, la filosofia, l’etnologia. Essi poi non ritennero questi saperi incompatibili con la fede, ma, al contrario, li misero al servizio di questa. Bardesane inoltre, come è stato rilevato da Camplani, elevò la lingua siriaca a lingua letteraria, non più quindi sola lingua di traduzioni ma strumento di una produzione originale. 

Egli dimostrò come la cultura espressa in siriaco si potesse con figurare come cultura derivata da quella greca, sia cristiana che pagana, non essere il recupero di una cultura indigena più antica, di derivazione macedone, partica e romana.20 

Il sistema bardesanitico sarebbe quindi una religione complessa che trarrebbe le sue origini dal milieu edesseno e si collocherebbe all’interno della dialettica delle correnti cristiane dei primi due secoli. La Siria, ed Edessa in particolare, è la culla della fede di Bardesane e dei suoi seguaci, una fede che qui è nata e qui è sopravvissuta per qualche tempo prima di essere bollata come eretica. Ma il cristianesimo nascente, come abbiamo già avuto modo di ricordare, non è una fede unica, è piuttosto composto da tante correnti e da tanti personaggi che interpretano il messaggio di Gesù il Cristo in modi a volte anche distanti tra loro. 

III. VALENTINIANI 

Anche la presenza dei seguaci di Valentino risulta forte in Siria in quest’epoca. Vööbus ne parla nel suo volume sopra citato mettendo in connessione il movimento con l’etica ascetica e rinunciataria a suo parere tipica del primo cristianesimo siriaco. 

Anche nel caso dei valentiniani molti scrittori antichi (come ad esempio Efrem e Afraate) ci testimoniano la loro presenza e la loro espansione in questa regione. Vööbus sottolinea però come si debba porre la massima attenzione nell’interpretazione della gnosi valentiniana: una buona parte delle fonti che ci descrivono questo movimento non sarebbero infatti obiettive, ma sarebbero mosse da un intento polemico nei riguardi di Valentino. Vööbus mette in risalto piuttosto come i valentiniani distinguessero tra due sfere della vita umana, quella fisica e quella pneumatica e come fossero richieste attitudini ascetiche per raggiungere la perfezione. Tale corrente, conclude Vööbus trovò terreno fertile in Siria (terra già conquistata da varie forme di ascetismo). 

Oltre alle già citate testimonianze esterne, esiste un testo in particolare il quale viene ascritto all’“eresia” valentiniana e che si è soliti situare in zona siriaca: il Vangelo di Filippo. 

È Wesley Isenberg, nell’introduzione all’edizione critica del testo a dar credito a questa collocazione21 che comunque, anche secondo l’opinione dello stesso studioso, rimarrebbe una congettura da prendere come ipotesi di lavoro. Essa si baserebbe su alcuni elementi interni al testo: nonostante la probabile lingua originale sarebbe il greco Ev.Ph. infatti inserirebbe alcune etimologie siriache e mostrerebbe alcune affinità con le pratiche e con l’etica encratita, corrente ampiamente diffusa in Siria. 

Questa collocazione è però lungi dall’essere accolta da tutti gli studiosi, è anzi stata recentemente messa in discussione in alcuni articoli:22 Bas Van Os è infatti più propenso a scorgere nelle presunte etimologie siriache piuttosto degli aramaismi, che d’altronde all’epoca venivano comunemente utilizzati anche in altre opere. Queste etimologie inoltre dimostrerebbero per lo più una conoscenza inadeguata della lingua siriaca da parte dell’autore del testo, così da non poterlo collocare con sicurezza in ambiente siriaco. Rimangono tuttavia a favore dell’ipotesi siriaca le affinità con la corrente orientale del movimento valentiniano che hanno fatto appunto propendere per una localizzazione del Vangelo di Filippo in questa area. 

IV. ENCRATITI: TAZIANO 

Tra le varie correnti cristiane presenti in Siria si può annoverare anche il caso dell’encratismo. Stando all’accusa che gli muove Ireneo il personaggio che è sembrato essere il maggior rappresentante dell’attitudine encratita in Siria è Taziano. Pare infatti trasparire nel Diatessaron, il suo scritto più importante, una certa avversione al matrimonio congiuntamente all’invito ad abbandonare i legami famigliari. Seppur resa difficoltosa dalla mancanza di un originale dell’opera di Taziano, l’individuazione di tale attitudine encratita si può compiere attraverso una operazione di analisi condotta su diversi testimoni che ci riportano il testo del Diatessaron in base alle sue varianti significative rispetto al testo canonico.23 La vita di chi crede in Cristo nel pensiero di Taziano troverebbe quindi una espressione adeguata nella nozione della croce, nei termini insomma di una sofferenza che si esprimerebbe paradigmaticamente nella vicenda di Gesù sofferente e dello strumento di tortura e morte a lui imposto, reinterpretato come mezzo di liberazione e redenzione dal giogo della carne.24 

La figura e l’opera di Taziano sarebbero quindi inquadrabile all’interno di quella corrente ascetica che sembra essere un tratto caratteristico della fede cristiana in Siria.25 William Petersen tuttavia in un contributo recente, non esprime una opinione così netta.26 Lo studioso sostiene infatti di non riuscire a trovare tracce evidenti di una attitudine encratita nell’unica opera rimasta di Taziano: l’Oratio ad Graecos; nei testimoni del Diatessaron inoltre i passi che mostrerebbero tali tracce sarebbero, a suo parere, molto discussi. Petersen nota poi come la definizione stessa di encratismo risulti essere molto povera, il concetto di encratismo, che alla lettera significa “continenza, controllo di se stessi”, nell’antichità si sarebbe manifestato in svariate forme e non sarebbe stato un tratto peculiare della sola fede cristiana. Risulterebbe perciò operazione complessa quella di tracciare contorni netti di questo fenomeno nei primi due secoli dell’era volgare. 

In un periodo in cui mancava un forte autorità centrale l’encratismo assunse indubbiamente varie forme; soprattutto nel secondo secolo si sentì forte nelle comunità cristiane il problema dell’enkrateia. Nonostante possa essere legittimo porre le numerose forme di encratismo sotto un unico titolo, bisogna però riconoscere alcuni distinguo tra di loro. Si possono arrivare a individuarne due macro-gruppi: uno formato da coloro che lodavano la continenza come condizione per diventare cristiani perfetti, ma che comunque ammettevano il matrimonio come alternativa per chi non poteva aspirare a tale perfezione, e un altro formato da chi considerava l’astinenza totale un comandamento imprescindibile per ogni cristiano e di conseguenza condannava l’unione sessuale. La dottrina encratita insisteva soprattutto su di una particolare interpretazione dei primi tre capitoli di Genesi secondo cui la trasgressione di Adamo ed Eva sarebbe stata di natura sessuale, introducendo in questo modo la concupiscenza nel mondo, ed, in seguito alla loro cacciata dal paradiso terrestre, il ciclo nascita-morte che trova i sui presupposti essenziali nel matrimonio e nell’unione sessuale. La continenza, o si rivela quindi l’unico strumento per recuperare lo stato prelapsario dei protoplasti, identificato come uno stato di perfezione assoluta. 

In ogni caso una certa tendenza ascetica nel primo cristianesimo di Siria si può a buona ragione individuare, sia essa chiamata o meno encratismo; ci viene infatti testimoniata non solo dagli eresiologi che etichettano Taziano come un encratita, ma si trova riverberata anche in alcune importanti opere in siriaco, quali le Odi di Salomone, gli Atti di Tommaso, gli scritti di Efrem e Afraate. 

V. COMUNITÀ TOMMASINA 

Un altro gruppo cristiano che sembra si possa ascrivere al contesto edesseno/siriaco è quello che fa capo all’apostolo Tommaso. 

Il Vangelo di Tommaso, il Libro di Tommaso l’atleta, e gli Atti di Tommaso sono ritenuti da alcuni studiosi i maggiori esponenti di una corrente del cristianesimo antico chiamata anche “scuola di San Tommaso” a ragione di alcune caratteristiche che li accomunano. All’interno di questa scuola si è voluta ravvisare anche un’evoluzione di tali caratteristiche nel corso del tempo. 

Il primo studioso ad individuare una possibile relazione tra questi scritti è stato H.C. Puech verso la fine degli anni ’50.27 La ragione principale fu essenzialmente il ricorrere del nome di Giuda Tommaso, o Tommaso Didimo in tali opere, unito ad alcuni tratti caratteristici comuni al Vangelo di Tommaso e agli Atti di Tommaso. (Puech in quel tempo non era in grado di sottoporre ad un esame attento il Libro di Tommaso, egli tuttavia stabilì una connessione tra un estratto di questo scritto e il logos 13 del Vangelo di Tommaso). 

In seguito è stato J.D. Turner a proporre una nuova e organica ipotesi per collocare il libro di Tommaso all’interno della tradizione letteraria tommasina.28 Si passerebbe da una raccolta di detti conservata da Tommaso (Vangelo di Tommaso) a un dialogo tra Tommaso e Gesù (Libro di Tommaso) scritto da un altro discepolo,fino ad arrivare ad un romanzo vero e proprio centrato sull’attività missionaria di Tommaso (Atti di Tommaso).29 A queste considerazioni Turner aggiunge la constatazione della sempre maggior importanza e sviluppo del tema dell’ascetismo sessuale in questi scritti, cominciando con il Vangelo di Tommaso attraverso il Libro di Tommaso fino ad arrivare agli Atti di Tommaso.30 

Anche H. Koester aveva già sottolineato nel 1965 la localizzazione di una tradizione tommasina in Siria nel suo articolo sulla differenziazione delle diverse pratiche e culti cristiani,31 scritto con lo scopo di una revisione delle tesi di Walter Bauer sul carattere non ortodosso del cristianesimo siriaco prima del terzo secolo.32 Egli identifica non solo gli Atti di Tommaso come la diretta continuazione della tradizione siriaca di Tommaso, rappresentata nel II secolo dal vangelo dello stesso apostolo, ma anche la tradizione tommasina come la più antica forma di cristianesimo ad Edessa dove Tommaso viene ritenuto l’autorità per eccellenza.33 

Affermazione ancora più forte si trova nell’antologia della letteratura gnostica curata da B. Layton. Lo studioso ha infatti intitolato una sezione del suo libro proprio “The School of St. Thomas”.34 A suo parere i tre testi condividerebbero un comune orientamento dottrinale, dato in misura particolare dalla condivisione di due elementi: la gemellarità divina di Tommaso e un certo mito delle origini che si troverebbe illustrato con chiarezza nell’Inno della Perla, sezione più antica contenuta negli Atti di Tommaso. 

Un altro contributo alla storia della tradizione tommasina è stato dato da Gregory Riley.35 Riley sostiene l’esistenza di una comunità di Tommaso che “looked to this apostle for inspiration and spiritual legitimacy and created the Thomas tradition originated in the period prior to the writing of the canonical Gospels”. La stessa comunità produsse il Vangelo di Tommaso e il Libro di Tommaso l’atleta, ed “evoked from the community of the Beloved Disciple the Doubting Thomas pericope in John 20”.36 Il Vangelo di Tommaso e il Libro di Tommaso l’atleta concorderebbero nel rifiuto del corpo, negando quindi la risurrezione fisica, ed enfatizzando la conoscenza e l’illuminazione piuttosto che la fede, mentre ilVangelo di Giovanniavrebbe corretto in ciascuno di questi punti l’immagine dell’apostolo proposta dalla comunità di Tommaso. Anche gliAtti di Tommasosecondo Riley si possono collocare in diretta continuità con questa tradizione prendendo da essa i componenti essenziali: il nome di Tommaso, il tema della gemellarità dell’apostolo con Gesù e la polemica contro il corpo e i suoi pericoli. 

Ancora si è occupato degli scritti attribuiti a Tommaso e alla sua tradizione P.H. Poirier.37 Egli si mostra sostanzialmente scettico riguardo la possibilità di identificare una comunità tommasina a partire dal Vangelo di Tommaso. Il legame tra i tre scritti starebbe più in un rapporto di tipo individuale, di uno scritto verso un altro, piuttosto che in una progressione ideologica e cronologica specifica.38 

È del 2001 poi il contributo di Philip Sellew alla questione.39 Lo studioso ha condotto un’analisi sul cristianesimo tommasino chiedendosi se sia possibile parlare di una “comunità” per questo tipo di corrente del cristianesimo antico, e riscoprire tale comunità a partire dai testi che si ascrivono al suo nome. Esaminando il Vangelo di Tommaso, il Libro di Tommaso l’atleta e gli Atti di Tommaso lo studioso descrive tale ricerca come un’operazione complessa. Per il Vangelo di Tommaso si dovrebbe forse parlare non tanto di una “comunità” quanto di “lettori” di tale testo. In questo modo, secondo Sellew, si riuscirebbero meglio a distinguere le dinamiche di questa letteratura come un dialogo tra autori, personaggi, scribi, traduttori e lettori. Non vi è dubbio infatti che tale apostolo fosse venerato in Siria, ma sembra difficile ritrovare, a partire dai tre scritti, un profilo chiaro della comunità di Tommaso, tanto più che le caratteristiche che gli sono attribuite vengono condivise anche da altri testi, come ad esempio il Vangelo di Filippo e la Pistis Sophia. 

Sellew rimane quindi scettico sulla possibilità di rintracciare nei testi le prove dell’esistenza di un cristianesimo che si collegava all’apostolo Tommaso. 

Anche R. Uro nella sua monografia che intende far luce sul contesto storico del Vangelo di Tommaso40 critica la presa di posizione di Layton dell’esistenza di una scuola di Tommaso e si schiera decisamente a favore della ipotesi di Sellew. Per parlare di una scuola si devono infatti rintracciare continuità sociologiche e attività della scuola stessa che sottendono gli scritti tommasini. Entrambe invece mancano; la sola caratteristica che accomuna questi scritti è la figura di Giuda Tommaso, il gemello. 

Sembra quindi da questa analisi dei contributi sulla questione che prevalga sempre più un certo scetticismo tra gli studiosi. Si ritiene difficile poter ricostruire, con Layton, le caratteristiche di una ben determinata scuola a partire dagli scritti attribuiti a Tommaso. Ma di più, si considera difficoltoso risalire, a partire dagli stessi scritti, ad una comunità di fedeli devoti all’apostolo delle Indie. Un dato sembra comunque emergere al di là delle differenti posizioni: l’esistenza all’interno della letteratura cristiana dei primi secoli di una serie di scritti che si richiamavano all’apostolo Tommaso, forse indice di un cristianesimo di tipo “tommasino” il quale avrebbe prodotto e preservato questa letteratura. 

La presenza del nome di Tommaso e un certo richiamo alla sua figura e alla sua autorità in tutti questi scritti è un dato cui far appello per comprovare l’esistenza di una tradizione legata al suo nome. 

VI. CRISTIANESIMO IN PERSIA, RIGUARDO UN LIBRO RECENTE 

Da segnalare da ultimo, nella nostra rassegna sui primi gruppi cristiani in Siria, un testo uscito recentemente sul cristianesimo nell’impero di Persia41 che però non guarda tanto ai gruppi, quanto al fenomeno missionario che ha interessato questa regione e di cui ci rimane, seppur leggendaria, testimonianza negli atti di alcuni apostoli nei loro viaggi di evangelizzazione. 

Christelle e Florence Jullien dedicano una prima parte della loro opera: “Apôtres des con ns. Processus missionnaires chrétiens dans l’empire iranien” all’analisi delle tradizioni leggendarie di evangelizzazione portate dai percorsi missionari. Nella seconda parte mettono invece al vaglio la documentazione storica che porta le tracce di una prima evangelizzazione della regione edessena e successivamente iraniana (zona che interessa loro in modo particolare). L’esame delle fonti a disposizione riflette una situazione in cui il cristianesimo appare ben impiantato già all’inizio del III secolo in Osroene, nella regione di Nisibi e nelle zone limitrofe. Anche prima dei grandi movimenti di deportazione del III secolo questa documentazione ci fornirebbe prove dell’emergere e dello stabilirsi della fede cristiana nell’impero iraniano a partire dalla fine dell’epoca arsacide.42 Nell’impero parto si scorgono però anche tracce di correnti battiste connesse con il cristianesimo. Qui i movimenti battisti si dimostrarono infatti molto influenti e la loro presenza potrebbe essere stata molto importante per l’insediamento di nuclei cristiani. 

All’interno di questi movimenti battisti, all’intersezione tra giudaismo e cristianesimo, spiccano i seguaci di Elchasai. La documentazione di cui disponiamo ci mostra come questo movimento fosse sviluppato soprattutto in Mesopotamia e Babilonia, esso, al pari delle altre correnti battiste, secondo le autrici, si dovrebbe inscrivere all’interno del vasto movimento di spiritualizzazione riscontrabile nei primi secoli della nostra era e che condusse ad uno sconvolgimento delle regole di purità. La rottura ad un tempo pratica e ideologica con il milieu sociale di origine inaugurerebbe un processo di interiorizzazione riscontrabile all’interno di gruppi come i giudeo-cristiani battisti. All’interno del contesto geografico mesopotamico e babilonese si inserisce quindi una comunità il cui rapporto con il mondo, inscritto in una geografia simbolica, e i cui elementi dottrinali giudeo-cristiani costituiscono un terreno fertile per tutte le correnti di sensibilità cristiana. Non è quindi improbabile che, all’inizio del III secolo, alcuni missionari itineranti cristiani fossero presenti in Babilonia e contribuissero ad una qualche forma di evangelizzazione approfittando del substrato battista già presente nella regione.43 

VII. CONCLUSIONI 

Molto si è detto sul carattere del primo cristianesimo nella regione di Edessa, a partire da Bauer il quale per primo ne ha operato una descrizione critica caratterizzandolo essenzialmente come una fede “eretica”. L’altra grande voce che ha segnato il passo negli studi sull’argomento è stata quella di A. Vööbus che ne sottolineò il carattere essenzialmente ascetico. Una nota però è doverosa di contro alla visione forse troppo semplificata di alcuni studiosi: il primo cristianesimo in Siria fu un fenomeno plurale, caratteristica che d’altronde la ricerca recente ha sottolineato per tutto il cristianesimo dei primi secoli. Giudaizzanti, pagani convertiti al cristianesimo, marcioniti, encratiti della scuola di Taziano, bardesaniti, manichei sono solo alcune delle comunità della cui presenza e attività missionaria in Siria e Mesopotamia settentrionali ci informano fonti diverse, sulla cui interpretazione gli specialisti sono lungi dal consentire. Da ultimo poi non si deve dimenticare che i cristiani rimasero per lungo tempo una minoranza nella città di Edessa e in tutto l’Osroene rispetto a pagani ed ebrei che qui da tempo vivevano. 

Note 

1 Chronica minora (CSCO 1), I. Guidi (ed.), Louvain, Imprimerie Orientaliste, 1955, 3.
2 Hyppolitus, Refutatio omnium haeresium (GCS 26), Leipzig, J.C. Hinrichs’sche Buchhandlung, 216. 

3 Eusèbe de Césarée, Histoire Ecclesiastique, livres I-IV (Sources chrétiennes 31), G. Bardy (éd.), Paris, Cerf, 1952 214-215. 

4 Il libro si apre infatti con una conversazione tra discepoli, in cui Awida mostra scetticismo nei confronti della fede in un unico Dio. E Bardesane, che, arrivando inaspettato, interroga i discepoli riguardo l’argomento della discussione, apostrofa severamente Awida dicendogli: “Dimmi figlio mio Awida cosa è posto nel tuo cuore: che non sia uno il Dio di tutto, oppure che sia uno e che non voglia che l’uomo si comporti rettamente e giustamente?”, Bardesanes, Liber legum regionum, F. Nau (ed.), Patrologia Syriaca I/II, Parisiis, 1907, 539. La tendenza antimarcionita dell’opera bardesanitica si riflette anche nell’uso che ne viene fatto sia nella Vita di Abercio vescovo di Ierapoli, grande avversario dei marcioniti in oriente e contemporaneo di Bardesane (ma l’opera risale al IV secolo), sia dal redattore dello Scritto primitivo dell’opera pseudo-clementina (vedi Recognitiones, IX 19-29: Clementis Romani Recognitiones syriace, P.-A. DeLagarde (ed.), Lipsiae, F.A. Brockhaus, 1861, 9), di chiara tendenza antimarcionita. 

5 Vedi ad esempio Ode 12; H. Drijvers, “Die Oden Salomos und die Polemik mit den Mar- kioniten im syrischen Christentum”, in Symposium Syriacum 1976, 2 voll., Roma Orientalia Christiana Analecta, 1978, vol. II, 39-55; Id., East of Antioch: Studies in Early Syriac Christian- ity, London, Variorum Reprint,1984, 6. 

6 H. Drijvers, “Marcionism in Syria”, in Second Century 6 (1987-1988) 153-172. 7 Drijvers, “Marcionism...”, 172. 

8 A. Vööbus, History of Asceticism in the Syrian Orient (CSCO 184, Subsidia 14), vol. I, Leuven, Imprimerie Orientaliste, 1958; vedi per il marcionismo soprattutto 49-54. 

9 Clemente, Stromati, III, 3,12: βουλό νο ν όσ ον ν ο ου ο νό νον συ λ ο ν, Clemens Alexandrinus, II (GCS 52), L. Früchtel, O. Stählin, U. Treu (eds.), Berlin, J.C. Hinrichs’sche Buchhandlung, 1985, 200. 

10 Des Heiligen Ephraem des Syrers Hymni contra Haereses (CSCO 169), E. Beck (ed.), Louvain, Imprimerie Orientaliste, 1957, XLV,6, 179. 

11 S. Ephraim’s Prose Refutations of Mani, Marcion and Bardaisan, 2 voll., C.W. Mitchell (ed.), London 1912, vol. I, 146-147. 

12 Vööbus, History of Asceticism, 50-51. 

13 Refutatio, VII, 39; X, 19, 3437. 

14 Stromati, III, 10, 69, 227. 

15 F. Nau (ed.), Bardesanes. Liber legum, 490-657, più recentemente vedi I. Ramelli (ed.), Bardesane di Edessa. ontro il ato, , Roma-Bologna, San Clemente-Studio Domenicano, 2009. 

16 Per una trattazione ed un elenco delle fonti sul pensiero di Bardesane vedi H. Drijvers, Bardaiṣan of Edessa, Assen, Van Gorcum, 1966, 60-76; 167-185, integrato da A. Camplani, “Rivisitando Bardesane”, in Cristianesimo nella storia 19 (1998), 519-596, soprattutto 521-526. 

17 Drijvers, Bardaiṣan..., 215-217.
18 Cfr. U. Neymeyr, Der christlichen Lehrer in Zweiter Jahrhundert, Leiden-New York-Köln, 

Brill, 1989, 158-168. 

19 Camplani, Rivisitando..., 586. 

20 Ivi, 587. 

21 The Coptic Gnostic Library, a Complete Edition of the Nag Hammadi Codices, 5 voll., J.M. Robinson (ed.), Leiden, Brill, 2000, vol. 2, 134-135. 

22 Vedi soprattutto B. Van Os, “Was the Gospel of Philip written in Syria?”, in Apocrypha 17 (2006), 87-94.
23 Vedi G. Lenzi, “Differenze teologiche tra la Vetus Syra e il Diatessaron”, in Liber Annuus 56 (2006), 133-178, qui 

141-142, e soprattutto Vööbus, History of Asceticism, 41-43. 

24 Vedi Vööbus, History..., 44-45. 

25 Vööbus, History..., 39-45; vedi inoltre L.W. Barnard, “The Heresy of Tatian”, in Studies in Church History and Patristics, Thessaloniki, Patriarchal Institute of Patristic Studies, 1978, 181-193; G. Sfameni Gasparro, Enkrateia e antropologia. Le motivazioni protologiche della continenza e della verginità nel cristianesimo dei primi secoli e nello gnosticismo, Roma, Ist. Patristico Augustinianum, 1984, 23-79; ma vedi anche E. Hunt, Christianity in the Second Century. The Case of Tatian, London, Routledge, 2003. 

26 W. Petersen, “Tatian the Assyrian”, in A. Marjanen - P. Luomanen (eds.), A Companion to Second-Century hristian “Heretics”, Boston, Brill, 2005, 125-158. 

27 Vedi H.-C. Puech, En quête de la Gnose, 2 voll., Paris, Gallimard, 1978, vol. II, 75-76; Id, “Gnostic Gospels and Related Documents”, in New Testament Apocrypha, I, E. Hennecke - W. Schneemelcher (eds.), trad. ing. R. McL Wilson, London, SCM Press Ltd, 1963, 286-287. 

28 J.D. Turner, “A New Link in the Syrian Judas Thomas Tradition”, in M. Krause (ed.), Es- says on the Nag Hammadi Texts in Honour of Alexander Böhling, Leiden, Brill, 1972, 109-119. In seguito Turner sviluppa la sua ipotesi in J. 

Turner (ed.), The Book of Thomas the Contender from Codex II of the Cairo Gnostic Library from Nag Hammadi (GC II, 7). The Coptic Text with Translation, Introduction, and Commentary, Missoula, Scholars Press, 1975. 

29 Id, Thomas the Contender, Book of, in The Anchor Bible Dictionary, New York, Doubleday 1992, 529. 30 Id, “A New Link...”, 118.
31 H. Koester, “ΓΝΩΜΑΙ ΔΙΑΦΟΡΟΙ”, in Harvard Theological Review 58 (1965), 279-318.
32 W. Bauer, Rechtglaubigkeit und Ketzerei in ältesten Christentum, Tübingen, Mohr Sie- 

beck, 1964.
33 Koester, “ΓΝΩΜΑΙ”, 294; 297. 

34 B. Layton, The Gnostic Scriptures, Garden City-New York-London, Doubleday, 1983, 357-309. 

35 G. Riley, Resurrection Reconsidered: Thomas and John in Controversy, Minneapolis, For- tress, 1995; Id., Thomas Tradition and the Acts of Thomas, Atlanta, Scholars Press, 1991, 533-542 

36 Id., Thomas Tradition..., 533.
37 P.H. Poirier, “The Writings Ascribed to Thomas and the Thomas Tradition”, in J.D. Turner - 

A. McGuire (eds.), The Nag Hammadi Library after Fifty Years: Proceedings of the 1995 Society of Biblical Literature Commemoration, Leiden, Brill, 1997, 295-307 . 

38 D’altra parte anche H.-M. Schenke aveva già evidenziato nella sua edizione e commento del Libro di Tommaso la mancanza, tranne che per la parte iniziale, di altre in uenze signi - cative di questo testo: H.-M. Schenke, Das Thomasbuch (Nag Hammadi Codex II,7), Berlin, Akademie-Verlag, 1989, 65. 

39 P. Sellew, “Thomas Christianity: Scholars in Quest of a Community”, in J.N. Bremmer (ed.), The Apocryphal Acts of Thomas, Leuven, Peeters, 2001, 11-35. 

40 R. Uro, Thomas. Seeking the Historical Context of the Gospel of Thomas, London, T&T Clark, 2003, 20-30.
41 C. Jullien - F. Jullien, Apôtres des con ns. Processus missionnaires chrétiens dans l’empire iranien, Groupe Pour 

L’Étude de la Civilisation du Moyen-Orient, Bures-sur-Yvette, 2002. 42 Ibidem, 136. 60
43 Ibidem, 151.

San Tommaso

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San Tommaso


Il nome di Tommaso, in aramaico, significa “gemello”, e stesso significato ha l’appellativo greco, Didimo, con cui l’apostolo viene anche indicato. Era un pescatore, come si deduce dall’episodio della pesca miracolosa nel Vangelo di Giovanni (Gv 21, 2), che di lui parla anche in varie altre occasioni, e in particolare per il famoso episodio dell’incredulità (Gv 20, 24-29): «Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dissero allora gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato, e non essere più incredulo ma credente!”. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto hanno creduto!”» (così al passato è il verbo e indica chi, come Giovanni, il discepolo prediletto, anche prima di vedere Gesù risorto, dai piccoli indizi del sepolcro inizia a credere, cfr. Gv 20, 8). 

Secondo una tradizione che risale almeno a Origene (185-255 circa), Tommaso evangelizzò la regione dei Parti, cioè la Siria e la Persia: «Quanto agli apostoli e ai discepoli del Salvatore nostro dispersi per tutta la terra, la tradizione riferisce che Tommaso ebbe in sorte la Partia […]. Tutto questo è riportato testualmente da Origene nel terzo tomo del Commento alla Genesi» (Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, III, 1, 1.3). Un’altra tradizione, più tarda, che risale a Gregorio Nazianzeno (329-390 circa), attribuisce a Tommaso l’evangelizzazione dell’India, regione dove avrebbe subito il martirio. Questa tradizione appare accolta anche dagli apocrifi Atti di Tommaso, un testo siriaco della metà del III secolo composto probabilmente a Edessa (l’attuale Urfa, oggi in Turchia), che, depurato dalle aggiunte a carattere gnostico con cui ci è giunto, sembrerebbe mantenere un nucleo di notizie attendibili. Secondo questo testo dunque Tommaso giunse fino all’alto corso del fiume Indo, nell’India occidentale, per trasferirsi poi nell’India meridionale, dove morì martire, ucciso a colpi di spada o di lancia, poco lontano da Calamina. La tradizione è riportata anche nel Martirologio Romano, al 21 di dicembre. Isidoro di Siviglia verso il 636 pone in questo giorno anche la sua sepoltura nella stessa Calamina, città non altrimenti nota ma che probabilmente deve identificarsi con l’odierna Mylapore, sobborgo di Chennai-Madras, dove il luogo del suo martirio è ancora indicato da una croce con iscrizione in antico persiano del VII secolo. Nella locale comunità cristiana, a lungo separata dall’Occidente fino a quando nel 1517 i portoghesi arrivarono in India, si è sempre conservata viva nei secoli la tradizione della propria origine dalla predicazione di Tommaso. Quello che la popolazione locale identificava ancora con il suo sepolcro (che fu visitato da Marco Polo nel 1292, e di cui recenti considerazioni archeologiche confermerebbero l’antichità), all’arrivo dei portoghesi era da secoli custodito da una famiglia musulmana. Essi vi edificarono sopra una chiesa, dal XIX secolo sostituita dall’attuale chiesa cattedrale intitolata all’apostolo. 
Da questo sepolcro le reliquie di Tommaso, come affermano gli stessi Atti di Tommaso e poi, verso la fine del IV secolo, il siriano sant’Efrem, erano state trafugate e trasferite a Edessa, probabilmente già dal 230 (la tradizione riporta la data precisa del 3 luglio); e lì sono ricordate sia nel 394 che verso il 415, mentre sappiamo che nel 373 vi era stata edificata e dedicata a san Tommaso una grande chiesa. Il 13 dicembre 1144 Edessa subì l’ultima e definitiva conquista musulmana: ma prima di questo avvenimento le reliquie di Tommaso erano state traslate probabilmente nell’isola di Chios. È da qui infatti che le vediamo pervenire nella cittadina di Ortona in Abruzzo, insieme alla pietra tombale, secondo il racconto che si legge in una pergamena del 22 settembre 1259, un solenne atto pubblico che raccoglie le testimonianze, rese sotto giuramento, degli ortonesi che asportarono da Chios le reliquie di Tommaso. La data che il documento indica per la traslazione è il 6 settembre 1258; essa avvenne a opera di Leone Acciaiuoli, capitano delle tre galee ortonesi alleate della flotta di Venezia nello scontro contro quella di Genova al largo di Acri. Da allora le reliquie di Tommaso sono custodite nella Concattedrale a lui intitolata. In epoca moderna esse sono state toccate dal fuoco in occasione dell’incendio dei Turchi in Ortona del 1566; dopo quell’episodio più volte hanno subito risistemazioni nel corso dei secoli. Nel 1984 ne è stata eseguita una ricognizione scientifica; la perizia antropologica ha evidenziato la presenza di numerose ossa con tracce di combustione (conseguenza dell’episodio del 1566), appartenenti a un individuo di sesso maschile, morto in età tra i 50 e i 70 anni, con uno zigomo fratturato da un colpo di fendente affilato, forse causa della sua morte. Altre poche ossa appartenevano a un secondo individuo, ma la mancanza di tracce di combustione su di esse ha fatto ritenere che siano state aggiunte alle altre dopo l’incendio del 1566. Più recentemente, l’esame della raffigurazione dell’apostolo e dell’iscrizione presenti sulla lastra tombale ha fatto ragionevolmente ipotizzare (secondo le conclusioni che si leggono in un recente studio di Paola Pasquini) una sua collocazione cronologica nel III secolo, e ritenere possibile, se non probabile, la sua provenienza dalla zona di Edessa. 

Secondo una secolare tradizione, anche a Roma, nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme, si conserva una reliquia dell’apostolo Tommaso, una falange del dito indice. Un’altra reliquia di Tommaso, donata dalla chiesa di Ortona, è dal 1953 nella chiesa di San Tommaso apostolo a Chennai-Madras. 

 

Le traslazioni delle reliquie dell'Apostolo Tommaso

immagineGIUSEPPE  SORGI

LE TRASLAZIONI DELLE RELIQUIE

DELL’APOSTOLO TOMMASO

estratto da

“Rivista Internazionale di Studi Bizantini e Slavi”  II (1981)

 

Il bilancio, su ciò che è documentato e ciò che tale non è, delle traslazioni dei resti mortali di S. Tommaso apostolo, registra un tenace tentativo, solo parzialmente riuscito, di puntualizzarle. Esso ne conta tre:

-- la prima, nel 230 (?), da Mylapour ad Edessa, capitale dell'Osroene;

-- la seconda, nel 1144 (?), da Edessa all'isola greca di Chio;

-- la terza, nel 1.258, da Chio ad Ortona a Mare.

Inserito in un arco di storia, ampio per dimensioni temporali (dieci secoli all'incirca) ed interessante per diversità di situazioni e molteplicità di protagonisti, l'assunto presenta rilevanti difficoltà, attribuibili, in parte, alla mancanza di fonti siriache e malabariche a cui si è aggiunto, in età moderna, l'autodafé di manoscritti e di libri' conseguente al discusso «sinodo›› di Diamper del 1599* e, in parte, alla impossibilità di concretizzare in senso storico l’erudizione e quelle leggende che ancor oggi sono vive e si tramandano alla stregua delle storie narrate o «formate››.

Ciò premesso, una valutazione consuntiva deve sottolineare prima di tutto come la sola determinazione o certa o ipotizzata delle tre traslazioni abbia richiesto dai ricercatori remoti e recenti cimento trepido e perseveranza coraggiosa, tali e tanti sono stati gli ostacoli incontrati lungo i secoli nella prospettiva di una ricostruzione dignitosamente storica. Scrutando a  fondo tra le testimonianze -- spesso peregrine ed indirette, solo in parte coeve - e nella credibilità dei documenti superstiti, sceverando nelle tradizioni la verità dalla finzione, ci si forma il convincimento dell'opera ardua a cui gli storici occidentali ed orientali hanno atteso (ed ancora attendono) in un settore così specialistico. Ai più acuti di loro non si sono celate la gravità del problema che errava in soluzioni erudite e in aspettazioni ipotetiche a volte prive di cautele critiche, la discordia delle fonti, l'antica distinzione tra cronaca e storia. Per quanto possibile, essi hanno fatto corrispondere ai «vuoti» e alle carenze la positività dei risultati aventi titolo di oggettività storica conseguita mediante la ponderazione delle fonti e l’acutezza nelle indagini archivistiche che si possono condurre nell'Archivio Segreto Vaticano (Reg. Vat., Fondo Borghese), nell'Archivio Brevi Apostolici, nella Biblioteca Vaticana (Fondo Vat. lat., Fondo Vat. siriaco, Fondo Vat. arabo, Fondo Borgiano lat.), nella Biblioteca Patriarcale di Bagdad, nell'Arquivo Histórico Ultramarino; nell'Archivo Histórico Nacional e Archivo General de Indias in Spagna, negli Archives Générales de l'État in Olanda, negli Archivi degli Ordini missionari e nell'Archivio di Propaganda3.

Certamente la questione delle traslazioni del corpo di Tommaso è in correlazione con molti altri aspetti nei quali si struttura la storia della Cristianità indiana di S. Tommaso e, in ordine di tempo, essa presuppone il problema della predicazione apostolica nella «Parthia» o nel Malabar o nel Coromandel o nell'una e nelle altre regioni. A questo proposito possono considerarsi orientativi di tesi diverse i lavori di J .-N. Farquhar, The Apostle Thomas in North India e The apostle Thomas in South India (in «Bullettin of the John Rylands Library», t. X (1926), pp. 80-lll; t. XI (1927), pp. 20-50), che tuttavia non esauriscono la questione. Ma questo problema - che risulta essere trattato più del nostro - già da sé impone attente valutazioni delle fonti in rapporto alla illustrazione storico geografica dell'India4. Interessandoci in modo particolare alle traslazioni,noi non trascuriamo - né potremmo - i presupposti che s'incardinano nelle testimonianze più propriamente orientali e in quelle greche e latine; li teniamo presenti come elementi di base, pur nella consapevolezza dei coni d'ombra - quando non sono del tutto opachi - che essi continuano a proiettare nella storia secolare della Chiesa malabarica. Questa - non v'è dubbio - affonda le sue origini nell'epoca dell'apostolicità e muove dall'attività apostolica di Tommaso, il cui approdo in India si fa risalire al 53. Esatta o meno questa data, nella tradizione Tommaso è l'apostolo dell'Oriente, la guida e il maestro della Chiesa del1'India che egli fondò e resse; nondimeno, la sua attività apostolica in India non è tutta circostanziata. Origene5, che per primo citò un apocrifo «vangelo di Tommaso» conosciuto nel secondo secolo e poi perduto e ritrovato nell'Alto Egitto nel 1946 in versione copta, è considerato la prima fonte. Ma prima ancora, e per un profilo più completo dell'intera personalità di Tommaso, bisogna risalire all'evangelista Giovami che in tre passi riferisce di lui poche parole ma essenziali6. Ad Origene attinge Eusebio di Cesarea7. Seguono la Storia Eccl. di Rufino8 e l'altra di Socrate9, l'Oratio XXXIII di S. Gregorio Nazianzeno10 e via via l'Enarr. in psalmum XL V, 21, di S. Ambrogio11 il Sermo XVII di Gaudenzio di Brescia12 fino all 'Epistola ad Marcellam di S.Girolamo13 a Paolino da Nola14. Le Recognitiones Clementinae (IX, 29)15, calendari ecclesiastici e martirologi ricollegano l'attività del1'Aposto1o all'India e il mercante alessandrino Cosmas Indicopleustes testimonia l'esistenza nel1'estremità sud-occidentale della penisola indiana, a Kalliana (forse Quilon), di una comunità cristiana collegata con quelle del territorio persiano e che proprio dalla Persia riceveva il suo vescovo16. Secondo il Mingana17, per i siri e gli scrittori arabi cristiani, India e Tommaso sono addirittura sinonimi, però, a tutt'oggi, non si è potuto stabilire 1'anno del martirio, essendo almeno due le versioni: il 68 per i cristiani del Kerala e il 72 per i cristiani del Coromandel, cui fa seguito la tradizione ortonese, che si riallaccia agli antichi martirologi siriaci e condivide la prima versione (3luglio del 68)18. Forse esso non cade né nel 68 né nel 72; il riferimento è comunque approssimativo e, in quanto tale esige ulteriori accurate indagini tendenti possibilmente al definitivo. Circa il luogo del martirio, prevale la tendenza che lo indica a Mylapour, nell'India sud-orientale, ora un sobborgo di Madras. Questa tendenza è molto accreditata e trova solido fondamento nella tradizione malabarica che a riguardo è sorretta da molte testimonianze, non una delle quali però è sincrona. Le prime di esse sono posteriori all'accadimento di almeno due secoli, ma menzionano chiaramente Mylapour congiuntamente alla tomba dell'Apostolo. Al contrario, non manca chi, anziché Mylapour, indica Calamina o Qalimaia, ma questa localizzazione si comincia a riscontrare molto dopo, a partire solo dal sec. VII, con lo pseudo-Sofronio e con Isidoro di Siviglia. Calamina è segnalata dal Martirologio Romano, che celebra il «martire» il 21 dicembre; ciò nonostante, sia esistita o meno Calamina, o abbia cambiato nome oppure sia da identificarsi in Mylapour, la tradizione che si riferisce a Mylapour resta prevalente sulle altre ed ha origine anteriore di secoli nei confronti delle altre19. Fonti e testimonianze hanno ormai tracciato un lungo solco e gli studi procedono - anche se non del tutto e non sempre concordi - nella direzione da esse segnata. Sicché, sfrondando il discorso di tutto quanto storico non può essere, di ciò che è «rivelato ›› oppure è narrazione priva di forza probatoria, si ha motivo di ritenere accertato il trasferimento della maggior parte delle 'reliquie dell'apostolo da Mylapour ad Edessa, nell'Osroene20: lo attesta nel sec. IV S. Efrem ed è confermato nel sec. V nel Martirologium Hieronymianum che rimanda al 3 luglio la traslazione in Edessa del corpo di Tommaso «il quale soffri in India›› e al 21 dicembre la passione dell'Apostolo in India21.

La chiesa di Edessa si gloria del sepolcro di Tommaso, che in una predica Giovanni Crisostomo enumera tra i quattro sepolcri conosciuti degli Apostoli22,  ma la data della traslazione, il 230, magari verosimile, rimane una congettura. Senza certezza si suole far coincidere la prima traslazione con la vittoria di Alessandro Severo su Artaserse e si perviene a questa ipotesi sulla base di apocrifi, quali gli Acta Thomae che risalgono alla prima metà del sec. III e sono cioè coevi23, il De míraculis B. Thomae Apostoli attribuito a Gregorio di Tours e una Passio S. Thomae Ap. del sec. VI. Dal testo siriaco degli Acta Thomae si ha notizia delle reliquie dell'apostolo che furono prese segretamente e portate in Occidente; dalla versione in greco degli stessi Acta si apprende invece che esse furono rubate e trasportate in Mesopotamia. Nel De miraculis... si legge, inoltre, che il re di Narsinga non le poté trovare nel sepolcro perché già trafugate e sepolte poi in Edessa, e dalla Passio... si viene a conoscenza che l'imperatore Alessandro Severo, tornando vincitore dalla guerra contro i Persiani, accolse la supplica dei Siri di inviare qualcuno presso i re indiani affinché le consegnassero agli Edesseni. L'imperatore tornò vincitore nel 230, quindi si ipotizza che in quello stesso anno sia avvenuta la prima traslazione: se questa data può essere verosimile, la traslazione è data per certa da S. Efrem nei Carmina Nisibena (XLII. Octavum carmen ejusdem modi). Nell'edizione Bickell24 si precisa testualmente a proposito: «Confirmatur hoc carmine 1) S. Thomam apostolum Indis evangelium praedicasse, quod testatur etiam Ambrosius..., Paulinus Nolanus..., Hieronymus..., Gregorius Nazianzenus.. .; 2) eum ibidem martyrio coronatum esse, qua de re apud scriptores vetustiores nullum invenitur testimonium, imno negatur ab Heracleone haeretico apud Clementem Alexandrinum...; testes autem sunt Gregorius Turonensis, Gaudentius Brixiensis, S. Nilus, S. Asterius, fortasse etiam Theodoretus...; 3) reliquias ejus Edessae asservatas esse, quod asserunt etiam Rufinus..., Socrates..., Sozomenus..., auctor vitae syriacae S. Ephremi... et chronici Edesseni ad ann. 705 et 753 aerae graecae. Apparet tamen ex hac et quarta stropha, non totum S. Thomae corpus Edessam translatum esse, sed partem tantum, alia parte Indis relicta, quae adhuc Goae asservatur.

Confirmatur ergo hoc carmine opinio Baronii, qui recte jam observavit, et Edessae et in India partem harum reliquiarum asservatam esse, refelluntur autem Pagius, Tillemont, Assemanus, qui Indicas S. Thomae reliquias pro commento Nestorianorum habent». Da alcuni anni a questa parte, poi, utile strumento di lavoro è la Patrologia Syriaca di Ignazio Ortiz de Urbina, che dedica il cap. III alle edizioni, versioni e studi su S. Efrem. In esso si circostanzia che «Hymni 25-30 agunt de Edessa et scripti sunt circa ann.37025; inoltre, riandando il tempo passato, si ricorda l'«iter Thomae in Indiam›› e così si riannoda all'India la traslazione ad Edessa delle reliquie dell'Apostolo››26.

Le fonti non dicono chi le prese in consegna, né dove furono collocate.

La basilica di Edessa, distrutta dall'inondazione del 513 (202), era stata ricostruita, ma da nessuno è stata mai indicata come dimora dei resti mortali di s. Tommaso.

Dal Chronìcon Edessenum27 si apprende, invece, che «anno 705, mense ab (augusto), die 22, advexerunt arcam Mar Thomae apostoli, in templum magnum eidem dicatum, diebus Mar Cyri episcopi››28 e che «anno 753, Anatolius Stratelates (militiae praefectus) fecit argenteam capsam in honorem ossium sancti Thomae apostoli››29. A questo riguardo dal Liber in gloriam marthyrum (XXXI-XXXII) di Gregorio di Tours30 si ha modo di raccogliere le informazioni date da Teodoro, un testimone oculare, il quale ha visitato il santuario di S. Tommaso e in quell'occasione ha appreso com’era avvenuta la morte dell'Apostolo, notizie sulla sua sepoltura in India e sulla susseguente traslazione dei resti mortali in Edessa. Tutto lascia supporre che essi siano rimasti in Edessa fino al sec. XII: nei secoli che vanno dall'VIII all'XI non si trovano fonti che lo affermano né che lo negano. Ai grandi eruditi dell'Alto Medio Evo, al venerabile Beda, per esempio, o a Freculfo di Lisieux, non sfugge l'apostolato di Tommaso in India, ma anche essi nulla aggiungono a quello che si sa, tanto meno sulla traslazione. «Ormai - osserva Ortiz de Urbina -- la cristianità europea è divisa dall'India dalla muraglia non facilmente valicabile del dominio mussulmano. Essa ripete fedelmente la vecchia tradizione di S. Tommaso, senza però sapere quel che succede oltre il sipario islamico. Il primo a traversarlo fu il celebre francescano Giovanni da Montecorvino››31. Edessa, intanto, nel sec. XII viene occupata dai Turchi di Imad al-Din Zenchi e subito dopo distrutta dal figlio di questi, il Neruddino: il documento disponibile che suole essere consultato in merito al saccheggio di Edessa è la lettera 360 di Alessandro III, (Ad principes, comites, barones et universos Dei fideles. - De subsidiis in Oriente contra Saracenos mittendis)32, che presenta un'accorata rievocazione: «...praeteritis autem temporibus, ipsìus populi peccatis exigentibus, quod sino magno dolore et gemitu proferre non possumus, Edessa civitas, quae nostra lingua Roas, vocatur, quae etiam, ut fertur, cum quondam in Oriente tota terra a paganis detineretur, ipsa sola sub Christianorum potestate Domino serviebat, ad inimicis crucis Christi capta est, et multa castella Christianorum ab ipsis occupata; ipsìus quoque civitatis archiepiscopus cum clericis suis et multi alii Christiani ibidem interfecti sunt, et sanctorum reliquiae in infidelium conculcatione datae sunt et dispersae››. Nello stesso sec. XII - dopo tanto silenzio - è Guglielmo di Tiro che, testimoniando l'invasione della contea di Edessa e la distruzione della città, riecheggia la notizia che si tramanda sulla presenza del sepolcro dell'apostolo in Edessa33.

L'altro polo geografico-politico-religioso che c'interessa è l'isola di Chio, nell'Egeo34. Questa, già dominio dei Comneni, nel sec. XI viene occupata anch'essa dai Turchi ma presto riconquistata da Alessio I; nel 1124 subisce la spedizione punitiva di Venezia, decisa a vendicare il mutamento di politica dell'Impero bizantino che, divenuto geloso della massiccia influenza veneziana sul Mediterraneo orientale, ha preferito avvicinarsi a Pisa. Saccheggiata Chio35 - seguendo una certa consuetudine -, il doge veneziano Domenico Michiel porta via da essa in patria con un consistente bottino di tesori e di oggetti anche il corpo di S. Isidoro36, ma, nell'accavallarsi convulso di vicende, all'occupazione transitoria dei Veneziani subentra il ritorno a Chio dei Comneni. Siamo nel 1144: è probabile che sia l'anno della seconda traslazione delle spoglie di Tommaso, da Edessa a Chio. Ma perché la scelta della nuova dimora cade proprio su Chio? Le ragioni ci saranno, però non risultano documentate. Una prima ragione potrebbe identificarsi nella preoccupazione degli Edesseni di porre in salvo il corpo dell'apostolo, che ancora gelosamente custodiscono dopo il saccheggio della città; si potrebbe ravvisare una seconda ragione nella maggiore garanzia accreditata ad un'isola anziché ad una località della terraferma; una terza ragione potrebbe consistere nella distanza limitata di Chio dal continente: circostanza - questa - importante per gli Edesseni che sono, sì, costretti a fuggire e desiderano mettere al sicuro i resti dell'Apostolo, ma sperano anche di tornare presto in patria con le reliquie.

Un'altra ragione potrebbe identificarsi nella presunta garanzia di sicurezza riposta dagli Edesseni e dai crociati superstiti nel regno di Bisanzio ora che Manuele Comneno si è annesso il principato di Antiochia e quindi su Chio si è ristabilito il dominio bizantino37, ma l'anno 1144, quale data della seconda traslazione, non è suffragato da alcuna testimonianza diretta, perciò resta probabile ma non provato. Comunque, è fuor di dubbio che i resti mortali dell’apostolo Tommaso abbiano trovato dimora a Chio - la terza -, nella chiesa a lui dedicata, in prossimità del mare, e - com'era avvenuto con lo «stratelates›› Anatolio in Edessa - siano state sistemate in un'urna d'argento: lo dichiarano e lo attestano nell'atto pubblico redatto dall'avvocato Giovanni Pavone di Bari e rogato a Bari dal notaio Nicola, barese, il 22 settembre 1259, «Dominus Sabarus Sabasto da Metellino de Romania et Angifaleonarius dudum electus Abbas Ecclesie sancti Thome de Chio, et Michael Cursentilus de eodem Chio, qui Iuspatronatus in eadem Ecclesia se habuisse dixerunt et Stefanus eiusdem Ecclesie sancti Thome Clericus, et Constantinus de eodem Chio Procurator dudum in eadem Ecclesia,  coram nobis Castrum Bari, in quo captivi morabantur...››38.

Questi Scioti dichiarano ed attestano inoltre nello stesso atto pubblico che «scimus, et etiam a progenitoribus nostris successive instructi sumus, quod ad supplicationem, et petitionem civium, et habitatorum Insule predicte, mandato Illustrissimi quondam Domini Alexandri Romanorum Imperatoris memorie recolende, qui Dominium tunc temporis in Perside partibus triumphaliter obtinebat, dictum corpus Beati Thomae Apostoli de India reverenter apud predictam Chion Insulam translatum fuit, et in vase argenteo eo tempore collocatum in predicta Ecclesia circa mare: sed veniente ad partes illas pluries Venetiar. Navigia, cum non possent Dei, et prephati Apostoli eius virtute predictum ipsius corpus ex inde nullo modo amovere, argentum, in quo erat reconditum asportaverunt: cuius traslatio sexta die intrante mense Octobris in predicta Insula devotissime celebratur. Fatemur et quod idem prephatus Thomas Apostolus multa apud Chion Domino cooperante miracula, et innumerabilia operatus est, eijciendo a corporibus obsessis demonia, surdis reddendo auditum, mutis sermonem, et alios multos infirmos a diversis infirmitatibus liberando: multos tandem etiam cum Vascellis, et navigys nomen Beati Thome Apostoli invocantes puro animo, et corde credulo a maris periculis liberavit...››39.

Nell'atto pubblico testé citato, però, Edessa è ignorata. Come mai – si chiede il Politi - gli Scioti nel 1259 «ignorando a piè pari Edessa, si rifanno all'India come luogo del precedente sepolcro, e al Severo quale munifico donatore delle Reliquie di S. Tommaso? Indubbiamente in tale frasario deve ritrovarsi o la preoccupazione degli abitanti di Scio (del sec. XIII) di nascondere il luogo di provenienza - Edessa - per timore di una forzata restituzione (e in questo caso sarebbe stato per loro una credenziale fortissima il dire di aver ricevuto il Corpo di un Apostolo nientemeno che da un imperatore di Roma!) o il desiderio di riallacciarsi al luogo stesso della morte e della prima sepoltura di S. Tommaso, come titolo di onore e di autenticità. Del resto, se cosi non fosse, come spiegheremmo l'illustre e secolare tradizione edessena riguardante il possesso del corpo di S. Tommaso, da S. Efrem al Chronicon edessenum, dalla Passio S. Thomae al Liber in gloria marthyrum, fino alla Historia rerum... di Guglielmo arcivescovo di Tiro?››40.

All'inizio del sec. XIII, espugnata Costantinopoli, si fonda l'Impero di Romania, cui è assegnata Chio, ma anche questa - come la maggior parte della Romania - cade sotto il controllo di Venezia; solo tra il 1251 e il 1261 l'isola è contesa con alterne vicende a Venezia da Genova. Nel 1258, Manfredi, governatore dell'Italia meridionale, invia una spedizione in aiuto di Michele II Angelo Comneno despota di Epiro contro Michele Paleologo imperatore di Nicea. A tale spedizione partecipa - non risulta se per precetto o per invito - anche Ortona con tre galee, che, al comando dell'ammiraglio Acciaiuoli, approdano a Chio. Da Chio saccheggiata gli Ortonesi prelevano, nello stesso 1258, le reliquie dell'apostolo Tommaso che collocano poi nella chiesa di S. Maria in Ortona.

A questo punto è opportuno sottolineare che, per i riferimenti connessi alla partecipazione ortonese alla spedizione di Manfredi e alla sosta a Bari e al ritorno in Ortona delle tre galee con le reliquie di S. Tommaso, la bibliografia si è accumulata lungo i secoli. In essa occupano un posto di rilievo le monografie di storia locale che nella trattazione di argomenti comuni a volte indulgono alla ripetizione, con variazioni anche contrastanti e fuorvianti. Certamente esse, nel loro insieme, costituiscono un sussidio tutt'altro che trascurabile quando evidenziano adusata esperienza interpretativa di memorie manoscritte, di codici e testamenti, di istrumenti notarili e decreti e rogiti vescovili e non sono soffocate dalla esuberanza della leggenda o non procedono da premesse indiziarie. In caso contrario, impongono prudenza estrema nella disamina, perché non rari sono i lavori di compilazione, di seconda mano, germinati da intelletto d'amore o dall'ansia di concorrere ad illustrare mediante una presunta «letteratura dell’argomento›› storie locali, nelle quali sovente la puntigliosa pazienza tipica di certi raccoglitori di notizie cittadine prende il posto della disciplina metodologica e del concetto direttivo. Trascurando opuscoli vari e panegirici, ricorrono maggiormente nella bibliografia opere quali Traslazionì e miracoli del glorioso S. Tommaso (Fermo 1576) di G.B. de Lectis; Vita e traslazione dell 'apostolo S. Tommaso (Napoli 1713) di G.A. de Fabritiis; Scoverte patrie... nella regione frentana (Napoli 1809) di D. Romanelli; Amministrazione municipale della città di Ortona a Mare (Lanciano 1899) di G.Bonanni; Storia della regina Giovanna (Lanciano 1904) di N.F. Faraglia; Appunti cronologici per la storia di Ortona-Mare (Ortona a Mare 1909) di F.P. Recchini. Attualmente si cerca di trarre a luce dalla confusione ciò che di apprezzabile è riscontrabile nella poligrafia del passato per una storiografia da produrre all'insegna della robustezza della investigazione. Di qui la preminenza che d'obbligo si dà - nel nostro caso - all'atto pubblico testimoniale dianzi citato, dal quale si evince che, per indagare sulla verità di quanto hanno riferito l'ammiraglio Leone Acciaiuoli e gli Ortonesi protagonisti del prelevamento dei resti di S. Tommaso, la Municipalità di Ortona manda a Bari 1'avvocato Guglielmo (probabilmente perché uomo di legge e concittadino degno di fiducia), per interrogare «apud castrum Bari, in quo captivi morabantur›› alcuni Scioti fatti prigionieri l'anno prima durante il saccheggio di Chio e costretti a venire in Italia con i vincitori.

L'avvocato Guglielmo fa redigere un pubblico istrumento sulle dichiarazioni di quei prigionieri «conscriptum... per manus Nicolai publici Notarij» che, munito della firma dell'avvocato Giovanni Pavone, dei testi e del sigillo notarile, egli riporta ad Ortona, dove tuttora si conserva nella biblioteca della cattedrale. Disponiamo, quindi, di una fonte, perciò attingiamo direttamente da essa ed atteniamoci alla versione dei fatti così come in essa sono esposti:

 

«...presente nobiscum Iudice Gugllo de Ort., Nuncio Universitatis pred.e Ortone, qui ab hominibus Orton missus erat ad indagandam veritatem super corpore Beati Thome Apostoli Jesu Christi, quod homines Orton qui cum Galeris tribus diete terre Orton fuerunt cum stolio Domini nostri Manfredi Excellentissimi Regis Sicilie Galearum, et aliorum vascellorum in Romania fideliter, et laudabiliter a predicta Ecclesia Sancti Thome Apostoli astulerunt, sita apud Chion insulam, cum pila marmorea, in qua dictum corpus Beati Thome Apostoli conditum erat, quod dictum corpus Beati Thome in preda Eccl.a, in pila marmorea fuerat collocatum, et ibidem dictus Beatus Thomas Apostolus Christi multa miracula operatus est temporibus, quibus apud d.a Eccl.a Beatissimum corpus est conditum, et collocatum permansit.

Dixerunt etiam, et confessi sunt, quod predicti homines Orton, qui cum predictis Galeris fuerunt apud Chion insulam abstulenint a pred.a Ecclesia predictum corpus Sancti Thome Apostoli, nec non et pilam marmoream, in qua dictum corpus conditum, et repositum erat, et involventes corpus ipsius, et reliquias in Syndone munda reposuerunt illud in cassa lignea, et imposuerunt illud in una Galera illarum trium Galearum Orton ad ducendum ipsum apud Orton, nec non et dictam pilam marmoream in qua dictum corpus conditum, et repositum erat, predictis Angifalconario, Thoma de Chio, Stephano, et Constantino predicta videntibus, et lugentibus pro dolore. Nos etiam predicti Sabarus Sebasto, Angifalconarius, Thomas, Michael, Stephanus, et Constantinus predicta vera esse fatemur... Iuramentum etiam sponte ad Sancta Dei Evangelia, predicta omnia, que per nos de Beatissimo Sancto Thoma didìsunt, ñdeliter vera esse. De quibus omnibus ad petitionem supradicti Iudicis, Guglli presens publicum scriptum testimoniale conscriptum est per manus Nicolai publici Bari Notarij, nostra, qui supra Iudicis, et subscriptorum testium subscriptione munitum, quod scripsi ego predictus Nicolaus Notarius, et -meo consueto signo signavi... Hoc, et tale adest signum originale.

lohannes Pavonis Baren Iudex.

Nicolaus Notarius Benedicti filius.

Petrus Marsilij filij.

Ioannes Nicolaus Publicus Bari Notarius.

Bisantius Govorrenij filius.

Iacobus Stephani Bulizani filius.››

Dunque, le reliquie di S. Tommaso apostolo si trovano in Ortona a Mare dal 1258; a dispetto del sacco dei Turchi (1-2 agosto 1566)41, dell'invasione francese (18 Febbraio 1799)42, delle devastazioni tedesche (settembre-ottobre 1943) e dell'occupazione canadese (1943-44)43, sono custodite nella cattedrale – nella cripta a lui dedicata - insieme alla  pietra di marmo calcedonio, che è quella trasportata da Chio, in cui è praticato un foro, la fenestella confessìonis.

L'immagine in rilievo dell'apostolo è nel mezzo della pietra di marmo sulla quale è scolpita l'iscrizione: .

NOTE

Mark  J.B. Chabot, L'autodafé des livres syriaques du Malabar, in Florilegium ou recueil de travaux d'érudìtion dédiés à M. le marquis Melchior de Vogüé à I'occasion du quatre vingtiême anniversaire de sa naissance, 18 octobre 1909, Paris 1909, 613-23.

2 F. Roz, Relação da Serra, 1604, British Museum Add. Ms. 9853, fol. 90; A. DE GOUVEA, Iornada do arcebispo de Goa Dom Frey Aleìxo de Menezes Primaz da India Oriental religioso de S. Agostino, quando foy as Serras do Malavar..., Coimbra 1606; J .F. RAULIN, Historia Ecclesíae Malabaricae cum Diamperitana Synodo, Romae 1745; Bernard Sr Thomas, The Christians of St Thomas, Mannanam 1921; Antao Gregorio Magno, De Synodi Diamperilanae Natura atque Decretis, Goa 1952; J. Thaliath, The Synod of Diamper, Roma 1958.

3 Cfr. J .S. e É.É. Assemani, Bibliothecae apostol. Vatic. codicum mss. catalogus, t. Il,

Romae 1758; É. Tisserant, Specimina codìcum orientalium, Roma e Bonn 1914; G. LEVI

Della Vida, Ricerche sulla formazione del più antico fondo di manoscritti orientali della Bi-

blioteca Vaticana, in Studi e Testi, n. 92, Città del Vaticano 1939, 176, 187-189. V. anche I.

Alenchery, The Malabar Church, ed. da Iacob Vellian, Roma 1970, 73-86.

4 PJ. Podipara, The Thomas Christians, London 1970.

5  In Genesim, III, PG, XII, 92.

6 O. Hophan, Gli Apostoli, trad. dal tedesco di G. Scattolon, Torino 1951, 173 sgg.

Storia Eccl., III, 1, PG, XX, 213-216 (ora, anche E. di Cesarea, Storia Eccl. e i Martiri

della Palestina - testo greco con trad. e note di G. Del Ton, Roma 1964).

PL, XXI, 478.

9  Storia Eccl., PG, LXVII, 125-126.

10  PG, XXXVI, 227.

11 PL, XIV, 1143.

12 PL, XX, 963.

13 PL, XXII, 589.

14 Poemata, XIX, PL, LX1, 514.

15 PG, 1, 1415.

16 Cfr Cosmas Indicopleustes, Topographia Christiana, III, 65, PG, LXXXVIII, 169;

 éd. W. Wolska-Conus (Sources Chrétiennes 141), Paris 1968-1973, 3 t., 503; P. Pericoli 

Ridolfini, Oriente Cristiano, Roma 1977, 45.

17 A. MINGANA, The early spread of Christianity in India, «Bulletin of the John Rylands

Library», X (1926), 489-495.

18  A. Politi, Ortona, Lanciano 1974, 42, nota 11.

19 Cfr. Podipara, op. cit., 27-28.

20 Per le origini del cristianesimo in Osroene, si rimanda alla bibliografia scelta da I. Ortiz de Urbina., Patrologia Syriaca, Romae 1965, 13 sgg. e si aggiunge A. Avax Vartan Angiarakian, Notizie storiche sulla città e sede episcopale di Edessa, Roma, Stab. tipogr. G.A. Betinelli, s.d..

21 I. Ortiz de Urbina., Il viaggio di S. Tommaso in India, in «Alma Mater», Roma 1952, 9.

22  In Ep. ad Hebr. XI Homil. XXVI, 2, PG, LXIII, 179.

23  A.A. BEVAN, The Hymn of the Soul contained in the Syriac Acts of St Thomas, Cambridge 1897; G. Bornkamm Mythos und Legende in den Apacryphen Thomas-Akten, Göttingen 1933; A.F.J . KLUN, The Acts of Thomas. Introductio - Text- Commentary, Leiden 1962;

Acta Thomae. Die alten lateinischen Thomasakren..., Berlin 1977.

24 S. Ephraemi Syri, Carmina Nisibena, ed. G. Bickell., Lipsiae 1866, 163, nota 1.

25 I. Ortiz de Urbina, op. cit., 71.

26 Ibidem.

27 V. J .S. Assemani, Bibliotheca Orientalis Clementina-Vaticana, t. I, 387-417 (testo e vers. lat.); L. HALLIER, Untersuchungen über die Edessenische Chronìk, Leipzig 1892 (testo e vers. ted.); Journal of Sacred Literature, 1864, vol. 5 (new ser.), 28 sg.; R. Duval., Histoire politique, religieuse et Iittéraire d'Edesse, Paris 1892; I. Guidi, Chronica Minora, in CSCO, Scriptores Syri, ser. III, t. IV, Parisiis-Lìpsiae 1903, 1 sgg.

28  I. Guidi, cit., 6.

29  Ibidem, 7.

30  In Mon. Germ. Historica Script. Rerum Merov., Hannover MDCCCIXXXV, t. I, 507.

31 I. Ortiz de Urbina, Il viaggio di S. Tommaso in India, cit., 10.

32  PL, CC, 384-386.

33 Historia rerum in partibus transmarinis gestarum..., PL, CCI, passim.

34  E.A. Vlasto, Les Giustiniani dynastes de Chios. Étude historique, par K. Hopf, Trad.de l’allemand. Paris 1888; 

D. RODOKANAKES,  - , Sira 1900; G.I. ZOLOTAS, , 5 vol., Atene 1921-28; 

G. Hofmann, Vescovadi cattolici della Grecia,I- Chios, Roma 1934; PH. P. ARGENTI, Bibliography of Chios, Oxford 1940.

35 Ph  P. ARGENTI, The Massacres of Chios described in contemporany diplomatic reports, Oxford 1932.

36 C. CERBANI Traslatio martyris Isidori a Chio in civitatem Venetam, iunio 1125, Ediz. Recueil des historiens des Croisades - Hístoriens Occidentaux, V, Paris 1845.

37 A. Politi, Ortona, cit., 64-65.

38 L'originale in pergamena si conserva nella biblioteca della cattedrale di Ortona a Mare

39 Ibidem.

40 A. Politi, Ortona, cit., 66.

41 V. Atto pubblico notaio Massari, Ortona, 22 settembre 1259, nella biblioteca della cattedrale di Ortona a Mare.

42 V. Atto pubblico (provvisorio) notaio La Valle, Ortona, 19 Febbraio 1799 e atto pubblico notaio La Valle, Ortona, 26 aprile 1800, entrambi nell'archivio notarile di Lanciano.

43 V. Atto pubblico notaio Pettinelli, Ortona, 20 gennaio 1944 (Verbale di constatazione - copia n. 2026 del repertorio generale) nella biblioteca della cattedrale di Ortona a Mare. Atto pubblico notaio Pettinelli, Ortona, 30 Agosto 1949 (registrato in Orsogna il 2 settembre 1949 al n. 138 mod. I vol. 66) nella biblioteca della cattedrale di Ortona a Mare. Verbale canc. vescovile, Ortona, 17 marzo 1952; Verbale arcivesc., Ortona, 28 aprile 1952 e verbale arcivesc.,

Ortona, 28 aprile - 2-3 maggio 1958, nella biblioteca della cattedrale di Ortona a Mare.

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Le tracce degli apostoli in India

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Le tracce degli apostoli in India

Una tradizione antichissima fa risalire le origini del cristianesimo nel Paese asiatico alla predicazione di Tommaso. Un’altra, indipendentemente da questa, collega all’India anche il nome dell’apostolo Bartolomeo

di Giovanni Ricciardi

Mailapur, nel Coromandel, l’antica Calamina, sulla costa sudorientale dell’India, è un nome noto a pochi. Ma era ben presente, nel I secolo d.C., ai commercianti romani che arrivavano fin là via mare per acquistare avorio, perle, spezie da rivendere sui ricchi mercati dell’Impero. Quando i portoghesi vi giunsero, secoli dopo, nel 1517, gran parte delle rovine di quest’antico porto erano sommerse dall’acqua. Ma gli uomini del posto sapevano ancora indicare un edificio che identificavano con la tomba dell’apostolo Tommaso. La custodia del luogo era affidata da generazioni a una famiglia musulmana. L’apostolo, che volle toccare le piaghe del Signore risorto, sarebbe morto in quella remota terra, secondo la tradizione che fa risalire le origini del cristianesimo in India alla sua predicazione. Una tradizione tanto radicata che i cristiani dell’India, soprattutto nella regione del Malabar, si fanno chiamare, da secoli, “cristiani di san Tommaso”. In effetti, i contatti tra l’India e il Mediterraneo, nei primi anni dell’era cristiana, erano frequenti e costanti. E non è impossibile che il Vangelo fosse giunto rapidamente fino a quella terra. Al tema è dedicato un saggio che Ilaria Ramelli e Cristiano Dognini hanno recentemente pubblicato (Gli Apostoli in India, Medusa, Milano 2001), mettendo a confronto tradizioni e testimonianze occidentali e indiane.

Passaggio in India

Nel I secolo d. C., secondo la Naturalis historia di Plinio, più di cento navi solcavano ogni anno le rotte dell’Oriente, collegando Roma al subcontinente indiano. In tre mesi e mezzo i mercanti romani, carichi di vino, giungevano a destinazione, per imbarcare dall’India le preziose merci da trasportare in Occidente. Partivano, da Ostia o da Pozzuoli, e in nove giorni raggiungevano Alessandria. Da lì, le merci erano trasportate su battelli fluviali che risalivano il Nilo. Dal Nilo, una via carovaniera nel deserto portava i carichi fino ai porti del Mar Rosso, da dove, in luglio, sfruttando il favore dei monsoni, altre navi percorrevano le coste della penisola arabica per giungere ai porti indiani, seguendo una rotta già nota ai Tolomei. Anche la via della terraferma era battuta, dalla Mesopotamia, attraverso le montagne già valicate da Alessandro Magno, fino all’Indo e al Gange. E per una di queste due vie Tommaso sarebbe giunto in India. Le testimonianze in proposito sono numerose: Girolamo e Ambrogio fra i Padri latini, Gregorio di Nazianzo fra i greci, oltre all’anonimo De vitis apostolorum, un testo difficilmente databile, che attinge a tradizioni antiche. «Tra le fonti ricordate», scrive Ilaria Ramelli, «in particolare il De vitis apostolorum lascia supporre che l’itinerario dell’evangelizzazione tomistica sia proceduto dall’area mesopotamica, attraverso quella partica, fino alle regioni indiane, in una chiara progressione verso l’Oriente, affermando che Tommaso, secondo la tradizione, predicò ai Parti, ai Medi, ai Persiani, agli Ircani, ai Battriani e ai Magi e morì a Calamina d’India». L’evangelizzazione dell’Oriente sarebbe partita da Edessa, dove il culto di Tommaso è da sempre radicato e dove le sue reliquie furono trasportate al tempo dell’imperatore Alessandro Severo (222-235). Ma anche tradizioni indiane parlano dell’arrivo di Tommaso. Furono per primi i portoghesi, nel 1533, a registrarle direttamente dalla voce degli abitanti del Malabar. «La comunità cristiana del Malabar», osserva la Ramelli, «sulla costa occidentale della penisola indiana, conserva tradizioni antichissime, legate alla trasmissione esclusiva di determinate famiglie, e fa risalire appunto a Tommaso la propria evangelizzazione. La leggenda locale tramanda che Tommaso sarebbe giunto per mare e sbarcato nel Malabar a Muziris, l’odierna Cranganore (proprio il centro principale in cui nel I secolo giungevano tante navi commerciali dall’Occidente), e che morì a Mailapur, sulla costa del Coromandel», dove ancora oggi, il 3 luglio, si commemora il suo martirio. La stessa tradizione è attestata, per l’Occidente, anche in fonti medioevali. Marco Polo, ad esempio, nel 1293, riferisce di aver visto cristiani e musulmani visitare la tomba di Mailapur.

La cripta

La cripta della basilica concattedrale di Ortona dove sono custoditi i resti dell’apostolo Tommaso

La “casa di san Tommaso”


Gli Acta Thomae, composti in parte in lingua siriaca a Edessa, all'inizio del III secolo, almeno nel loro nucleo principale, descrivono la missione di Tommaso in India e danno indicazioni sul percorso compiuto dall’apostolo. Partendo da Edessa, dove aveva in precedenza inviato il suo discepolo Taddeo, Tommaso sarebbe entrato in India dalla parte nord-occidentale. A Tassila, sull’alto corso dell’Indo, avrebbe convertito il locale re Gundaforo. Il nome è effettivamente attestato tra i sovrani indo-partici del I secolo d. C. Da Tassila, Tommaso avrebbe proseguito la sua missione procedendo verso sud, fino nel Malabar, e trovando il martirio infine a Mailapur. Sulla tomba di Tommaso i portoghesi, nel 1523, operarono un primo scavo: «La tomba», spiega la Ramelli, «si trovava nella cosiddetta “casa di san Tommaso”, una chiesa a pianta rettangolare dotata di cappelle, molto antica e ormai in rovina, che non conteneva immagini, ma solo croci e aveva attorno molte altre tombe e monumenti […]. La tomba di Tommaso era notevolmente al di sotto del livello della cappella corrispondente: la cappella e la chiesa stessa furono dunque costruite successivamente su una tomba di età sensibilmente anteriore». Datarla non era facile. Finché, nel 1945, ad Arikamedu, a sud di Mailapur, fu rinvenuta una stazione commerciale romana. Nel suo strato più antico, i mattoni sono assolutamente identici a quelli della tomba di Tommaso. E proprio in questo strato furono rinvenute ceramiche datate al I secolo d. C.: «Dunque», conclude la Ramelli, «la tomba di Tommaso presenta probabilmente la medesima fattura muraria di una stazione commerciale romana della seconda metà del I secolo d. C. e sembra risalire al medesimo periodo».

Secondo le relazioni dei portoghesi, «i cristiani del Malabar furono unanimi nell’affermare che l’apostolo Tommaso era stato martirizzato e sepolto a Mailapur, sulla costa del Coromandel, dove ebbe vita una comunità cristiana che, a causa di traversie quali una persecuzione o una guerra, fu costretta a emigrare sulle coste del Malabar, dove invece i cristiani vivevano in condizioni più favorevoli». I malabaresi non rivendicano dunque alla propria terra la sepoltura di Tommaso, e questo dato rappresenta un punto a favore dell’antichità della tradizione. La persecuzione nel Coromandel spiegherebbe anche la traslazione delle ossa di Tommaso da Mailapur a Edessa, avvenuta nel III secolo, in età severiana, da dove, in seguito, le reliquie furono trasferite in Italia, a Ortona. Il cristianesimo poté in seguito fiorire nel Malabar grazie al favore dei sovrani locali. Tommaso, secondo la tradizione indigena, avrebbe convertito alcune famiglie appartenenti ad alte caste indù, che si fregiarono nei secoli del vanto di offrire sacerdoti e diaconi alla comunità locale. «Del resto», scrive la Ramelli, «i cristiani del Malabar hanno i costumi degli indù delle classi più alte ed anzi, ancora nel secolo scorso, gli indù di casta (varna) erano convinti che il contatto con uno dei cristiani di san Tommaso fosse sufficiente a purificare la contaminazione di un fuori-casta».

Bartolomeo in India e il Matteo aramaico


Tommaso arrivò in India forse per via di terra. Fu senz’altro per mare, invece, che giunse, nella seconda metà del II secolo, la missione di Panteno, un dotto cristiano che fu maestro di Clemente Alessandrino (150-212) e fondò ad Alessandria, nel 180, una famosa scuola catechetica. Secondo Eusebio e Girolamo, Panteno si recò in India su richiesta di alcuni legati del luogo, per predicare il cristianesimo. E quando arrivò, fece una singolare scoperta. Gli indiani erano già in possesso del testo del Vangelo di Matteo, nella originale versione aramaica. Panteno ne riportò una copia ad Alessandria. Quel Vangelo era stato portato in India, secondo i cristiani del luogo, dall’apostolo Bartolomeo. La tradizione relativa a Panteno, e dunque a Bartolomeo, potrebbe avere un solido fondamento storico. Il discepolo Clemente, ad esempio, mostra nei suoi scritti di possedere conoscenze sul buddhismo e notizie che difficilmente avrebbe potuto raccogliere se non da un testimone oculare. 

L’altare della basilica di San Bartolomeo all’isola Tiberina, Roma, dove sono custoditi i resti dell’apostolo Bartolomeo

Un’altra tradizione, indipendente da quella di Tommaso, collega dunque all’India anche il nome dell’apostolo Bartolomeo. Questa volta non si parla di luoghi di sepoltura. Le fonti antiche affermano in modo abbastanza concorde che Bartolomeo morì in Armenia.
Quanto al Matteo aramaico, che gli indiani avrebbero ricevuto nel I secolo da Bartolomeo, Girolamo attesta che «Matteo per primo in Giudea, per coloro che avevano creduto fra i circoncisi, scrisse il Vangelo di Cristo in lettere e parole ebraiche; chi poi lo abbia tradotto in greco non è abbastanza certo. Per altro, lo stesso Vangelo ebraico si conserva fino ad oggi nella biblioteca di Cesarea. Anche a me dai Nazareni, che usano questo libro a Berea, città della Siria, fu data la possibilità di trascriverlo». Questo Vangelo fu a lungo diffuso nelle regioni orientali di lingua siriaca. E anche i cristiani del Malabar usano il siriaco come lingua liturgica. Anche in questo caso si vede come le tracce che conducono in India passino attraverso le regioni interne della Mesopotamia e i territori conquistati da Alessandro Magno, dove l’evangelizzazione ebbe una matrice giudeo-cristiana. E nel meridione della penisola indiana vivevano, nel I secolo, delle comunità giudaiche. Ancora oggi i cristiani di san Tommaso sono chiamati, in lingua locale, nazrani mahapilla, grandi figli nazareni, un titolo che li accomuna agli ebrei.
Ne emerge un quadro di indizi che permette di non rifiutare a priori una tradizione che attesta la presenza dei due apostoli in India. Scrive Cristiano Dognini, a conclusione del saggio: «Non si può certo affermare, però non si può nemmeno in ogni caso escludere, la possibilità di una prima predicazione del cristianesimo in India nel I secolo».

Quando i portoghesi, nel 1490, approdarono per la prima volta in India, poterono toccare con mano, loro che abitavano l’estremo Occidente, Finisterre, quello che era ancora il confine del mondo, segnato dalla memoria apostolica di Santiago de Compostela, come il detto del Signore, «predicate fino agli estremi confini della terra», si fosse realizzato anche a Oriente. In quel lembo d’Oriente un apostolo aveva recato il Vangelo, e un altro aveva reso testimonianza a Cristo e a quella terra benedetta il suo proprio corpo. 

 

Le tappe della traslazione dall'India ad Ortona

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LE TAPPE della TRASLAZIONE DALL’ INDIA ad ORTONA

Crediamo di fare cosa gradita ai nostri lettori, pubblicando uno stralcio, tradotto in lingua italiana, dal volume «In the steps of St. Thomas ›› (Sulle orme di S. Tommaso), edito nel 1952 da Herman D' Souza in Mylapore - San Thomè (Madras - India), luogo del martirio dell'Apostolo e dove il culto di San Tommaso è tenuto in grande onore dai cattolici indiani.

Nel cap. 12 dell'opera, pubblicata in occasione delle celebrazioni del 19° centenario dell'arrivo di S. Tommaso in India, l'Autore traccia, a grandi linee, la storia «della traslazione delle Ossa di San Tommaso, prima in Edessa e a Chios, quindi ad Ortona.

E' per noi motivo di sincera soddisfazione costatare come un illustre scrittore indiano contemporaneo afferma come cosa pacifica la presenza della tomba di San Tommaso nella nostra Città. E' quanto, del resto, abbiamo costatato più volte, ammirando la profonda devozione con cui sacerdoti, provenienti da quella terna, si sono prostrati, qui in Ortona, per venerare le Reliquie dell'Apostolo.

«LA TOMBA Dl SAN TOMMASO in ORTONA» (Italia).

I resti di S. Tommaso all'inizio rimasero nella tomba in Mylapore. Habban, un mercante (proveniente) da Edessa, ebbe il privilegio di trasportare in questo luogo «la miglior parte›› dei resti della tomba dell'Apostolo in Mylalpore.

W.R. Philip (Antichità Indiana) dimostra che la costante tradizione della Chiesa è stata che il corpo di S. Tommalso fu portato ad Edessa. Nello stesso tempo Philip cita S. Efrem che sembra ritenere che parte dei resti furono lasciati indietro, in India. Infatti le Autorità ecclesiastiche di S. Thomè pretendono di possedere una piccola porzione delle reliquie, consistente in un frammento di osso del Santo e la punta della lancia con cui egli fu trafitto. Ugualmente Assemani un eminente storico, asserisce (Bibliografia Orientale) che il corpo o ossa di San Tommaso furono trasferite dall'India a Edessa e che gli scrittori siri e greci hanno, fin dal 4° secolo, scritto come il corpo di S. Tommaso sia stato portato a Edessa.

Edessa, attualmente conosciuta come «Urfa›› in Turchia, giace sull'estremità settentrionale della Mesopotamia, e dista 270 Km. Est-Nord Est dalla sponda più vicina del mare Mediterraneo. Città di grande importanza, Edessa giocò una parte significativa durante le guerre greco-romane e persiane. Nella storia ecclesiastica, essa spiccò «come centro famoso di scuole di teologia. S. Epifanio asserisce (cfr.W. Smith-Dizionario di geografia greca e romana, vol. V) che la lingua siriaca fu, ai suoi giorni, molto studiata dai Persiani ed è noto che Edessa fu per molti anni sede principale della cultura orientale. La città soffrì molto sia per cause naturali che per attacchi di nemici. Nel 718 d.C. la città fu pressoché distrutta da un terremoto. Frequenti inondazioni aggiunsero le loro afflizioni. W. Smith dice (ibid.): «Non ci è alcuna ragionevole obiezione a ritenere che l'odierna città di Urfa rappresenti il sito dell'antica Edessa››.

La tradizione sud indiana ritiene fermamente che i resti di S. Tommaso furono trasferiti dalla tomba di Mylapore a Edessa (Urfa) prima del terzo secolo. ll Martirologio Romano assegna la «memoria del martirio del Santo al 21 dicembre, e quella della traslazione del Corpo in Edessa dall'India al 3 luglio. Quest'ultima «data coincide con la principale festa del Santo come è celebrata dai fedeli di rito siriaco del Malabar. L'Enciclopedia Cattolica indica che la traslazione del Corpo ebbe luogo nell'anno 232 e che in questa occasione

furono scritti gli «ATTI» siriaci del Santo. Durante il tempo della vita di S. Efrem (300-373), esistette in Edessa una chiesa chiamata in seguito dell'Apostolo Tommaso, che custodiva le sue reliquie. S. Efrem si riferisce a questo fatto nei suoi famosi inni. E' stata dimostrata dal Medlycott (L'India e l'Apostolo Tommaso) l'evidenza storica che prova come una chiesa più ampia fu completata nella stessa città alcuni anni più tardi, nota come la «Grande Chiesa ›› o « Basilica ››, in onore di S. Tommasoe che in detta « Grande Chiesa ›› furono trasferite le reliquie con gran pompa. Questa chiesa fu completata dopo la morte di S. Efrem, che avvenne nel giugno 373. 

Le reliquie dell'Apostolo rimasero in Edessa (ivi trasportate nel 4° secolo dal mercante Habban) fino a quando la città venne saccheggiata dai Turchi nel 1144 circa. S. Efrem ha i seguenti versi intorno ad Habban nei suoi inni:

« Dal dì che s'imbarcò per tanti traffici,

niente egli acquistò di più prezioso;

nei suoi tanti viaggi verso l'India

e di lì nei suoi ritorni,

quante ricchezze egli ammassò,

fango le reputò agli occhi suoi. '

quando le confrontò alle tue sacre ossa ››.

In seguito, dopo circa nove secoli, le reliquie furono rimosse da Edessa all'isola di Chios, per impedire che cadessero nelle mani degli infedeli. Quest'isola, nel Mar Egeo sulla costa occidentale dell'»Asia Minore, ebbe una storia molto movimentata. Perciò è difficoltoso conoscere esattamente quello che avvenne alle reliquie durante il periodo del loro riposo su quella terra. Esse rimasero in Chios fino al 1258, quando esse vennero portate da Leone Acciaiuoli (cfr. Zaleski - L'Apostolo Tommaso in India) a Ortona, una città sulla costa adriatica, dove ora riposano. Una pietra, col nome dell'Apostolo e il suo busto scolpito su di essa copri le reliquie dell'Apostolo durante il tempo della loro permanenza a Chios. Ciò è a favore della genuinità delle reliquie, che furono portate a Ortona da Chios. La pietra summenzionata è adesso nella cattedrale di Ortona. ll Martirologio Romano precisa espressamente che i resti di San Tommaso furono trasferiti a Ortona, sulla costa centrale d'Italia (evidentemente per ragioni di sicurezza) ››.

(continua)

« Ortona, nella provincia di Chieti, è posta ad Est-Nord Est di Roma. Piccolo porto sulla costa adriatica, i suoi profitti furono assegnati secoli fa alla Basilica Vaticana, dal Re Carlo d'Italia. La Cattedrale di Ortona, che ha il superbo privilegio di custodire le ossa di S. Tommaso, ha sofferto seri danni più di una volta lungo i secoli. I Normanni furono i primi a saccheggiare e depredare la Cattedrale. l Turchi bruciarono le chiese e saccheggiarono la città di Ortona nel 1566. La Cattedrale fu fatta saltare con polvere da cannone. Fortunatamente per la Cristianità, le sacre ossa dell'Apostolo e le reliquie di alcuni altri Santi furono provvidenzialmente salvate. La pietra della mensa dell'altare, come anche la pietra portata da Chios, furono danneggiate dall'esplosione. ll cranio dell'Apostolo andò dapprima perduto, ma, dopo ulteriori ricerche, fu rinvenuto schiacciato sotto il peso di una parte della pietra d'altare fratturata. Il cranio fu più tardi così perfettamente ricomposto che difficilmente ne appare perduta qualche parte.

Queste preziose reliquie furono in seguito coinvolte in un terribile terremoto. Per divino intervento, per cosi dire, esse sopravvissero alla calamità. D'allora, queste sacre reliquie riposano in un'urna di bronzo, posta al di sotto di un altare marmoreo. Il cranio dell'Apostolo, chiuso in un busto d'argento,

viene custodito per essere esposto alla pubblica venerazione durante la festa. La mensa di marmo calcedonio, che fu portata via da Chios, è stata anche conservata nella medesima Cattedrale, che venne ricostruita.

Durante la seconda guerra mondiale, la Cattedrale di Ortona subì un'altra serie di assalti. I Tedeschi, nella loro avanzata, la fecero saltare con mine terrestri. Le reliquie, tuttavia, furono miracolosamente salve. I Padri O'Shea e Norris, Cappellani delle Forze di S. Maestà in Italia, ci hanno fornito informazioni sulle presenti condizioni del Reliquiario e dei resti di S. Tommaso. Essi dicono che fino al 21 dicembre 1943, la Cattedrale era praticamente intatta, avendo sofferto solo pic

coli danni da schegge dell'Artiglieria Alleata. Durante questo periodo, la prima Divisione Canadese fu impegnata in combattimenti per le vie contro truppe d'assalto tedesche, che praticarono la tecnica abituale tedesca del far saltare edifici allo scopo di ostruire le strade e così rallentare l'avanzata dei

carri armati alleati. Il 21 dicembre [se con intenzione e per puro caso, non è ancora noto] la Cattedrale fu pesantemente minata e fatta saltare. Il Parroco Don Pietro Di Fulvio e Padri Francescani della città asseriscono che i Tedeschi coprirono il misfatto.

Le reliquie di S. Tommaso rimasero nascoste sotto l'altare del Santo in una cassetta a sud del presbiterio, durante il tempo dell'attacco. Sia la Cappella che l'altare furono seriamente danneggiati ma le reliquie nella cassetta scamparono alla rovina. Dopo che il danno della guerra fu riparato la Cattedrale fu riaperta al pubblico. La ripresa del servizio inaugurata da un cardinale, coincise con l'ottavo centenario della consacrazione della Cattedrale. La cassetta delle reliquie è ora custodita nella casa del Parroco. L'altro reliquiario in forma di grande busto d'argento del Santo che contiene anche il suo cranio, fu murato prima dell'esplosione. E ciò perché gli Italiani, che hanno un'innata avversione verso i Tedeschi, (sic!], temevano che essi avrebbero potuto rubare il prezioso reliquiario. Secondo i summenzionati Cappellani, esso è ancora murato e si sa che è intatto. Il luogo del suo nascondiglio è un segreto tra il Parroco e pochi altri. L'attaccamento del popolo di Ortona a S. Tommaso è fuori dell'ordinario. Molte richieste di trasportare le reliquie in un luogo più sicuro e più nobile sono state sommariamente respinte dagli Ortonesi. Il loro Arcivescovo è d'accordo con essi a questo riguardo.

L'affezione profondamente radicata del popolo di Ortona per S. Tommaso fu personalmente sperimentata dal Vescovo di Mylapore, Don Teotonio de Castro, che ebbe a visitare quella località nel 1904. La sua lettera pastorale del 28 ottobre 1905 dedica un certo spazio alla sua storica visita. Dice Sua Eccellenza: « Tutti gli abitanti della città e dei dintorni hanno in alta stima e grande venerazione la città di Mylapore, poichè i loro antenati tramanderanno ad essi che la tomba di questo Apostolo è a Mylapore, e che quivi ebbe luogo il suo glorioso martirio.

La notizia che il Vescovo di San Thomè di Mylapore veniva in Ortona a venerare le reliquie di S. Tommaso, fu l'occasione di una straordinaria pubblica esultanza. Sebbene Noi arrivammo alle 4,3O del mattino, tutte le campane nella città furono suonate durante il nostro percorso dalla stazione fer-

roviaria alla bella residenza preparata per riceverci. Il venerando Arcivescovo, Amministratore Perpetuo di Ortona [l'allora l\/lons. Della Cioppa, n.d.r.), molto cortesemente ci disse che quel giorno Noi eravamo il Vescovo di Ortona. Egli ci invitò anche a celebrare la Messa Solenne Pontificale, prima della quale Noi presiedemmo a una solenne processione con cui il venerabile cranio di S. Tommaso, chiuso in un busto d'argento e che è ordinariamente custodito in una ricca e

bella cappella di quella Cattedrale Basilica, fu trasportato all'altare maggiore.

Noi potemmo allora meglio contemplare con grande edificazione la devozione intensa e l'affetto che il clero e il laicato di Ortona hanno per l'Apostolo Tommaso, come anche la grande stima che essi pongono verso il tesoro delle sue reliquie, e il fervore con il quale essi invocano la sua protezione,

tante volte ben provata da molti miracoli. Anche le Autorità civili bramarono per questi motivi unirsi nell'entusiasmo e nella venerazione con cui il popolo di Ortona ricevette il successore del loro amato S. Tommaso. Oltre a darci ospitalità a nome della città, essi ordinarono che dei gendarmi fossero posti a nostra disposizione come guardia d'onore, e ci imbandirono un banchetto ufficiale. Anche il Capitolo della Cattedrale, col consenso dell'Arcivescovo, Ci comunicò che essi avrebbero considerato un grande onore e una grazia» divina se dodici di loro fossero destinati Canonici onorari di San Tommaso di Mylapore, e in cambio dodici sacerdoti di Nostra scelta della Diocesi di Mylapore fossero destinati Canonici onorari della Sede Episcopale di Ortona, potendo ciò permettere la S. Sede ››.

Ci piace «chiudere la trascrizione di questo brano dello storico D' Souza, contenente la memoria della celebre tomba dell'Apostolo S. Tommaso in Edessa (cui si riallaccia l'odierna festività liturgica di S. Tommaso al 3 luglio), ricordando le belle parole con cui Papa Giovanni Paolo II, il 18

gennaio scorso, parlando della visita ad limina effettuata dai Vescovi della Chiesa Caldea, faceva riferimento ai «primi inizi di quella Chiesa Orientale che risalgono alla predicazione evangelica dell'Apostolo Tommaso, il quale, riprendendo le strade di Abramo. Padre della nostra fede, andò ad annunziare la Buona Novella sulle rive del Tigri e dell'Eufrate, fondando così la Chiesa Caldea ››. Mirabile disposizione della Provvidenza! Proprio in quella terra di Mesopotamia, che un giorno Egli aveva evangelizzato nel suo viaggio verso l'India, le reliquie del Santo Apostolo dovevano poi sostare per nove secoli, di ritorno dall'India, nel loro viaggio verso Chios e Ortona!

d.T.S.

 

Stemma della Cattedrale di San Tommaso

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IL PRECEDENTE STEMMA DELLA CATTEDRALE DI  S. TOMMASO

LA LANCIA (verticalmente nel grafico) è lo strumento, l'arma, il ferro con cui fu martirizzato l’Apostolo.

LA PALMA (in basso) da sinistra a destra in alto) è il simbolo del martirio. Tutti i confessori della Fede con il loro sangue meritarono da Cristo il premio della vita eterna e perciò essi portano la p. (libro de|l'Apoc. 7,9).

LA SQUADRA è l'arnese di disegnatori, architetti, ingegneri.

L’apocrifo ACTA THOMAE (2°, 11) narra come Tommaso, una volta giunto in India, venne invitato dal re Gondophares a stendergli il disegno per la costruzione del palazzo reale. 

Ovvia, pertanto, la comprensione della Mano che stringe la squadra (Reliquiario d'argento del s. Braccio).


immagineL’ATTUALE STEMMA DELLA CATTEDRALE DI  S. TOMMASO 

SPIEGAZIONE 

Lo scudo accollato alle due chiavi decussate, d’oro e d’argento con le impugnature verso il basso e gli ingegni in alto è sormontato dall’ombrello basilicale, gheronato di oro e di rosso. 

Tutto questo indica che la Chiesa è una Basilica Minore Pontificia.

Poi lo scudo è troncato da una fascia di onda d’argento che in araldica indica il mare (in questo caso di Ortona).

Nel primo settore in alto su campo azzurro si staglia una torre murata di nero, aperta e finestrata, simbolo della città di Ortona.

Nel secondo settore campeggiano i colori di Ortona. 

Su campo azzurro viene riprodotta la cosiddetta  Croce di s. Tommaso.

La croce risalente al settimo o ottavo secolo, sgorga da un fiore di loto che si trova alla sua base. 

I quattro lati della croce sono floreali in forma, simboleggia la fruizione e la vita.

Il fior di loto significa il simbolo del buddismo e dell’India, di cui è il fiore nazionale. La Croce è messa sul loto a indicare che il cristianesimo nasce nella realtà e tradizioni locali. A sua volta il loto è poggiato su tre gradini che rappresentano il Golgota dove è morto Gesù.

In alto con le ali aperte una colomba che rappresenta lo Spirito Santo.

La rappresentazione di questo simbolo non indica morte ma vita,

Su campo rosso viene riprodotto l’antico il simbolo della Cattedrale di s. Tommaso.

Una lancia in palo, raffigurante lo strumento con cui s. Tommaso ha subito il martirio accollata dalla squadra con il lato maggiore, simbolo degli architetti e la palma in decusse simbolo del martirio.

Il motto.  “Dominus meus et Deus meus (Signore mio e Dio mio)” son le parole pronunciate da Tommaso quando Gesù appare la seconda volta agli Apostoli nel cenacolo ed è invitato da Gesù a toccare le sue piaghe.

Tommaso è noto per il suo scetticismo della Risurrezione di Gesù Cristo. Era un discepolo, stretto seguace e amico di Gesù. 

La Bibbia riferisce ( Giovanni 20: 24-29), dopo che Gesù fu crocifisso e deposto nel sepolcro, è risorto ed è apparso agli Apostoli, non come un fantasma, ma in realtà in carne e ossa. Questa è stata una vera resurrezione, ma Tommaso dubitava se era davvero Gesù. Egli ha detto:

"Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, io non crederò."

Gesù apparve più tardi e disse a Tommaso:

"Porgi qua il dito, e vedi le mie mani, e porgi la mano e mettila nel mio costato; e non essere incredulo, ma credente".

Prova sufficiente per Tommaso, che ha risposto umilmente:

"Mio Signore e mio Dio".

Questo episodio deve essere stato sufficiente per rinvigorire Tommaso a passare il resto dei suoi giorni alla diffusione del Vangelo e portare all'estero le parole di commiato di Gesù:

"Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto."

 

Le ricorrenze Giubilari di san Tommaso negli ultimi secoli

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LE RICORRENZE GIUBILARI  di san Tommaso negli ultimi secoli

Con la venuta a Roma dei « romei» - allo scadere del sec.XIII- per «veder la Veronica nostra ›› (Dante: Paradiso, XXXI,103) si era diffusa ovunque la notizia che l'anno successivo sarebbe stato di generale perdonanza. E Bonifacio VIII interpretando come ispirazione celeste quella «voce di popolo» proclamò l'anno centesimo come Giubilare (Anno Santo).

Senonché cinquant'anni dopo i romani richiesero al papa - anche per bocca del Petrarca - che l'attesa del Giubileo fosse dimezzata: chi, nel corso della vita, poteva sopravvivere tra due centenari?; e Clemente VI lo indisse per il 1350 (come noto pellegrina celebrata fu s. Brigida di Svezia). Urbano VI volle modificare la successione degli anni (da 50 a 33, in ricordo del ciclo dell'esistenza terrena di Gesù), e indisse il Giubileo per il 1390 (ovviamente si esorbitava dal computo perché, semmai, l'anno doveva risultare il 1383!). Comunque toccò a Bonifacio IX promulgarlo e attuarlo (1400).

Paolo II nel 1470 - tenendo sempre presenti e ampliando i motivi addotti dal Petrarca - accorciò ancora l'intervallo tra un Giubileo e l'altro a venticinque anni; cosicché dal 1475 gli Anni Santi si succedono ad ogni quarto di secolo (cfr. Piero Bargellini: 1'Anno Santo; Vallecchi, Firenze - 1974).

E la Ricorrenza giubilare di Ortona come si articolò lungo i secoli? la menzionata s. Brigida, con la duplice venuta alla città frentana per venerare le Ossa di s. Tommaso negli anni 1365 di ritorno da Assisi e diretta a s. Michele al Gargano) e 1368 (in procinto del viaggio in Terrasanta), provocò con tutta probabilità per Ortona la concessione (sul finire del sec. XIV) della prima Indulgenza plenaria Ora può dirsi questa l'occasione che da noi diede origine a lu Ciandèseme analogo all'Indulto centenario che in quegli anni si acquistava a Roma? non possiamo né affermarlo né negarlo. Nelle Bolle e nei Brevi Pontifici dei secoli successivi le date di concessione del Perdono non hanno riscontro con la cifra annuale (LVIII) della «venuta» di s. Tommaso o con quelle che seguivano nell'ordine (LXXV, XXV, L), ma nemmeno escludono che in tali anni non siano stati commemorati a Ortona lu Ciandèseme o le Ricorrenze giubilari ogni 5 lustri.

Riguardo a quelle del DL (1808) e del DLXXV (1833) non siamo in grado di fornire né programma delle manifestazioni né tampoco documentarci se ve ne furono. In effetti per la prima, essendo morto il Pastore della diocesi _da appena quattro anni, ignoriamo se vennero prese iniziative al riguardo; per la seconda, stante l'impegno indefesso e tenace profuso presso la Santa Sede e la Corte di Napoli da parte di clero e municipalità per il ripristino della chiesa ortonese (soppressa nel 1818 e restituita proprio l'anno successivo al Giubileo), c'è da ritenere che le celebrazioni (per le quali siamo documentati) si siano tutte concentrate su questo storico evento.

1858

Da cronache a stampa dell'epoca siamo a conoscenza del Centenario del 1858: lu Ciandèseme.

Pubblici manifesti ricordarono a ortonesi e forestieri che «la sesta ricorrenza centenne (…) documento eterno della gloria e della grandezza cittadina (...) è la meta di lunghi desideri, di careggiate speranze, di amorevoli cure ››. Fu preceduta da solenne Novenario predicato da Gennaro Fanelli Vicario Generale di Lanciano, e dai canonici Epimenide De Benedictis teologo, Cesare De Horatiis «professore di belle lettere ›› (in seguito parroco).

La Sacra Testa, esposta la sera del 5 e per tutta la notte, venne recata nel primo pomeriggio «al lido del mare alla venerazione dei devoti marini ››. Prima dell'imbrunire «compartita la benedizione alla marina, tra fragorose batterie, fuochi di gioia dei legni mercantili e le armonie delle Bande Musicali» il simulacro tornò processionalmente (grandoni ai fianchi del Castello, porta della marina, largo s. Domenico, vico del Sole, via Leone Acciaiuoli) a s. Tommaso.

I riti religiosi - grazie a « una ben'eletta e numerosa orchestra che provvide di musicali delizie le sacre funzioni» - si tennero col massimo splendore. Nei giorni 7 e 8 furono dati due Oratori «gli Ortonesi in Scìo››, «i Turchi in Ortona» (per soli, Coro e orchestra) rispettivamente su parole di Gian Vincenzo Pellicciotti e musica di Paolo Serrao, e di Domenico Bolognese e Vincenzo Battista. Và ricordato che della Cappella musicale faceva parte, altroché come suonatore di violino, anche come contralto il dodicenne Francesco Paolo Tosti che in una delle celebrazioni eucaristiche si esibì - ascoltatissimo - in un melodioso «Tantum ergo ››.

In sede di manifestazioni popolari «la pendice orientale (...) mostrò tali adornezze quali convengono a far giudicare dagli spettatori la Città che vi ha sopra il risiedo ››: ad esempio « belle piramidi che si elevano all'aere maestose(...), obelischi e archi triorrfali (,,,), trasparenti che rammemorano i prodigi dell'Apostolo Proteggitore(...), un simulacro di combattimento tra il Castello e le barche mercantili e pescarecce ed in bell'ordine disposte ».

E poi luminarie, macchine pirotecniche e lancio di globi aerostatici.

Fonte: “La Voce di san Tommaso” settembre 1982

 

Le campane di san Tommaso

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LE CAMPANE DI S. TOMMASO

Circa l'età delle campane di s. Tommaso, prima del 1566 (anno dell'incendio della cattedrale ad opera dei turchi), non si è in grado, per ora, di fornire riscontri storici. Come noto - dopo i primi, provvisori e indilazionabili interventi al sacro edificio fatti eseguire sotto Mons. Rebiba - il successore Alessandro Boccabarile affrontò e risolse il problema in maniera organica e soddisfacente nell'arco di un decennio: dal 1603 (« riposizione ›› delle Ossa di Leone Acciaiuoli) al 1605 (« fusione ›› del campanone), fino al 1612 (« ricollocazione ›› delle Reliquie di s. Tommaso).

a) Il campanone

La « colatura ›› si ebbe, come detto, nel 1605: fonditori i fratelli Vincenzo e Giovanni Paolucci di Chieti. Il bronzo (col batacchio) del peso di q. 40,75 reca le seguenti epigrafi

- bordo superiore (1° giro)

O SANCTISSIMA TRINITAS AD CUIUS GLORIAM SUM CONSTITUTA NI [=IN] VIRTUTE TUA ME SONANTE DEMONIA EIICERE ET TEMPESTATE[S] PELLERE DIGNARE +

(2° giro)

CHRISTUS REX VENIT IN PACE DEUS ET HOMO EST + MENTEM SANCTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIAE  LIBERATIONEM

- bordo inf.

YHS RUEVEREDIS [=REVERENDISSIMO] DOMINO ALEXANDRO BOCCABARILIO PLACENTINO EPISCOPO ORTONENSI TEMPORE DOMINI ANDR[REAE] MATTHEI A SANCTIS ET JOANNIS VANZALIS PROCURATORUM PR[A]ESENS OPUS MAGISTRI Jo[HANNEs] ET VINCENTIUS PAOLUTIUS TH[E]ATINI AEDIFICII THOMAE APOST[oli] AERE STRUEBANT DIE XX MARTII MDCV.

Va notato che i testi dedicatori erano quasi sempre frasi d'obbligo, e ciò in quanto nei secoli passati i fonditori ritenendo come loro patrona la vergine catanese s. Agata, invocata contro pericolose eruzioni dell'Etna e contro incendi - il cui segnale d'allarme era dato dalla campana, appunto - curavano l’apposizione dell'epitaffio MENTEM SACTAM, SPONTANEAM, HONOREM DEO ET PATRIAE LIBERATIONEM inciso (secondo la leggenda) da un angelo sulla pietra tombale al momento del seppellimento della martire. (cfr. 3Mario Scaduto in Enciclopedia Cattolica, alla voce Agata; col. 4 3).

V., altresì, le epigrafi nelle campane

1) del Duomo di Atri: (...) CRISTUS REX VENIT IN PACE DEUS HOMO FACTUS EST VERBUM CARO FACTUM EST (Bruno Trubiani, La basilica cattedrale di Atri; pag. 71);

2) della chiesa di S. Bernardino a Urbino: MENTEM SANCTAM SPONTANEAM HONOREM DEO ET PATRIAE LIBERATIONEM (...) YHS MARIAE FILIUS (Vincenzo Crialesi, Le campane di Urbino, in “ L'Osservatore Romano”, 1976).

Allorché la « torre ›› nel 1688 - e cioè 12 anni dopo un violento terremoto - venne rivestita a mattoni (e perciò dichiarata non agibile) il campanone fu sceso a terra e la « staffa ›› di legno rifatta ex novo: lo provano una data 1690) e la sigla (A.M.B.S.: il carpentiere?) inciso su questa e letti da me il 25 novembre 1961 (allorché 11 bronzo venne portato al suolo per la demolizione del campanile.

b) La - mezzana - o della domenica o del mezzogiorno - Non risulta se la fusione si ebbe negli anni immediatamente successivi al campanone; comunque tutto lascia supporre che era nata male. Peso: q. 9,30. 

Ecco la sua piccola - ma sfortunata - storia (cfr. Atto pubblico 22-6-1696 scoperto e dato alle stampe da Corrado Marciani: Un campanaro poco noto, un fonditore inesperto e la campana di s. Tommaso a Ortona a mare in RIVISTA ABRUZZESE, CET Lanciano, 1962).

Nell'ultimo decennio del secolo (1691) «Mastro Paolo Medoro stagnaro dell'Aquila  è chiamato a «ricolarla››. Senonché l'opera del fonditore dovette risultare. a dir poco, approssimata e non a perfezione di colata se cinque anni dopo viene invitato « Mastro Giovanni Desiato della Terra d'Agnone habitante nella Terra di Spoltore per la «ricolatura›››. Assolse costui l'impegno commessogli o la campana restò lì non più che un rottame (TEMTPORUM INJVRIA CONFRA-CTUM)? Trascorsi 163 anni, all'indomani dei festeggiamenti del VI Centenario della «Venuta » di S. Tommaso (1859) o come ex voto dopo violenti fortunali, incessanti piogge e rovinose frane verificatesi per tutta la primavera se ne decise la rifusione ingrandendola dl mole (INNOVANDUM AVGENDVMQUE) e fu dato l'incarico ai Marinelli di Agnone. 

Questa era l'epigrafe dedicatoria

Divo THOMAE APOSTOLO

PATRONO BENEMERENTISSIMO

OMNES NUPER FERO TURBINE

NAVICULA URBEM TOTAM JACTATAS

DIVTINUS IMBRIBUS  PROPE COLLABENTEM

SVO NVMINE INCOLVMES SERVANTI

ORTONENSES VNIVERSI

PORTENTVM ISTVD VT PERSONET

IN AEVUM

GRATI ANIMI ERGO

SACRVM OCCE SIGNVM 

TEMPORVM INJURIA CONFRACTVM

. PERPULCHRE INNOVANDVM

AVGENDVMQUE CERTATIM

CVRARVNT

A. R. S. MDcccLIx

THOMAS ET JosvE MARINELLI 

. ARTIFIcEs cIvITATIs APoLLoNIAE

Incrinata a causa degli ultimi eventi bellici fu rifusa nel 1948 dalla Ditta Broili di Udine con metallo della precedente.

c) la terza o « dell'Ufficio › (perché invitava al mattino e al vespro ì canonici alla recita del|'Ufficio divino) - Peso q. 3; rifusa nel 1950 dalla Ditta Fratelli Mari di Lanciano (con metallo della precedente del 1880).

d) la quarta o - della domenica - (per l'invito alle Messe nei giorni festivi) Peso q. 1,75; fusa dalla Ditta Fratelli Mari nel 1933

e) la quinta o  «di ogni giorno›› - Peso kg. 41 (Fonderia'Mari 1881].

 

La Croce di san Tommaso

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LA CROCE DI SAN TOMMASO

A Mattancherry, una volta importante e fiorente centro commerciale dell'antico Malabar (India), oggi semplice quartiere della Federazione comunale di Cochin, sorge una piccola Cappella costituita da due vani capaci di ospitare non più di trenta persone in piedi. Al centro del vano più interno, avvolta nella penombra, troneggia una grande croce in legno,piantata su un elegante piedistallo in marmo. Tutti i giorni, in particolar modo il venerdì, numerosi sono i pellegrini che giungono da lontano insieme a gruppi di fedeli dei dintorni per venerare questa Croce, sostando a lungo in pie di in devoto raccoglimento c silenziosa preghiera. Sull'attico della Cappella è scritto:«Salve, Croce santa, nostra speranza e nostra salvezza››. E' la Croce dell'Apostolo S. Tommaso, si dice qui, e si racconta che nell'anno 52 d.C. S. Tommaso, imbarcatosi probabilmente su una delle numerose navi che già fin dal tempo dei Fenici si avventuravano nell'Oceano Indiano per raggiungere il Malabar ove caricavano spezie, perle, avorio e tanti altri prodotti tropicali, approdò a Maliankara nei pressi di Muziris, famoso porto internazionale dell'antico Kerala. Qui egli iniziò la sua predicazione, evangelizzando con successo la popolazione locale. Le numerose e strepitose conversioni operate dall'annuncio del Vangelo fecero presto sorgere una fiorente comunità di credenti. Come simbolo della fede cristiana, l'Apostolo eresse in quel luogo una grande croce in legno che i fedeli venerarono sempre devotamente e custodirono gelosamente nel tempo. Poi... passarono secoli. Quando sulla costa malabarica si affacciarono i pirati arabi, i cristiani, non potendo resistere alle loro incursioni, abbandonarono quei luoghi e ripararono più a sud, esattamente a Mattancherry, ove portarono con sé la Croce miracolosa di S. Tommaso che posero di nuovo solennemente alla venerazione pubblica.

Storia o leggenda? Un fatto è certo. La presenza dei Cristiani in Kerala è testimoniata fin dal1'anno 190 quando un emissario di Alessandria trovò che avevano una copia in ebraico del Vangelo di S. Matteo. All'inizio del sec. XVI, all'arrivo dei Portoghesi, c'erano in Kerala fiorenti comunità cristiane di rito siriano, perfettamente organizzate con una loro gerarchia. Ai Portoghesi questi cristiani raccontarono di non aver mai sentito parlare del Papa. Dal canto loro i Malabaresi, (Cristiani di rito orientale del Malabar) continuano ancora oggi a chiamarsi «cristiani di S.  Tommaso», perché fanno risalire il loro cristianesimo alla predicazione dell'Apostolo. Anche se non consta, è molto probabile che ci sia stata questa predicazione. In favore v'è una non disprezzabile tradizione letteraria e una forte tradizione locale. Il 3 gennaio viene celebrata solennemente la festa liturgica di questa Croce miracolosa. In questo giorno, da ogni parte del Kerala e specialmente dai dintorni di Cochin, giungono migliaia di fedeli che in devoto pellegrinaggio si recano a venerare questa Santa Croce portando lampade votive, candele, profumate ghirlande di fiori come segno di sincera gratitudine e profondo ringraziamento per le grazie e i numerosi favori ottenuti. Col tempo questa Croce, con la sua sola silenziosa presenza, nella sua sovrana povertà e nudità, è diventata un importante punto di riferimento per i Cristiani del Kerala. Ai suoi piedi sostano oggi fedeli di ogni rito e anche di diverso credo. La si guarda silenziosamente, si prega, si chiedono grazie, si offrono ghirlande per dire « grazie! ››. Quelle stupende ghirlande di variopinti di ori tropicali con cui viene adornata la povertà e nudità della Croce sono il simbolo più genuino della vita di questi credenti, il cui cristianesimo continua a fiorire ancora oggi fra tante spine.

P. Lombardo Lonoce passion.

 

La Cappella del SS. Sacramento

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LA CAPPELLA DEL SS. SACRAMENTO

- Considerazioni su un ripristino – 

 Aderisco volentieri all'invito rivoltomi dal Dott. Giordano Veri, di formulare qualche considerazione sui lavori di ripristino della Cappella del S.S. Sacramento che l'Opera di San Tommaso sta portando a termine.

Prescindendo dalla valutazione dei risultati, che compete alla pubblica opinione, e riferendomi alla cronistoria dei fatti, tenterò un'analisi  della portata sociale e culturale di questo ultimo episodio della vicenda edilizia della Basilica.

Il programma prevedeva piccole riparazioni, ripulitura di sculture e stucchi, offusca,ti, negli anni, dal fumo delle candele, e la ritinteggiatura generale. Sembrava di trovarsi di fronte a un problema di manutenzione ordinaria, e quin»di, di scarso interesse al di fuori dell'ambito tecnico-edilizio.

 Invece, l'iniziativa è venuta ad assumere un significato culturale profondo e stimolante, per le ragioni che hanno animato l'iniziativa stessa e per le riflessioni che la sua esecuzione può suggerire.

E Infatti, la scelta di un intervento edilizio di tipo conservativo ha comportato, implicitamente, il «riconoscimento» da parte della collettività ortonese, di questo patrimonio storico-artistico, al 'quale essa ha inteso attribuire un valore. Una riscoperta, dunque, e  l'innescarsi di un processo di partecipazione affettiva e di identificazione con il proprio passato. (Sono in molti ad affermare che una loro antenata ha «posato›› perla magnifica figura di madre rappresentata a destra della scena «Gesù e i fanciulli» ).

» Una strategia nuova. Si è ` voluto optare perla valorizzazione dell'esistente, per il recupero e la rivalutazione dell'antico.

E non è mancato il sostegno del consenso popolare che è stato superiore ad ogni aspettativa.

Così una volta tanto, i lavori intrapresi non hanno riguardato la eliminazione deliberata del “vecchio” ai fini della sua sostituzione con il nuovo, con il «moderno››.

ll desiderio, sempre vivo, di novità e modernità, ha determinato, in passato, la distruzione di notevoli testimonianze storico-artistiche. La realtà di tali testimonianze è fatta, oltre che di creatività artistica, anche di sistemi di lavoro e tecnologie non più attuali, di materiali caduti in disuso. Una realtà assolutamente irripetibile e, pertanto, da conservare quale patrimonio culturale pubblico. D'altra parte, la procedura della sostituzione del vecchio con il nuovo si ritorcerebbe a danno degli stessi artisti. L'artista di oggi si illude di creare opere destinate a durare nel tempo, che, invece, vigendo un tale sistema, verrebbero distrutte e soppiantate dalle opere dell'artista di domani. Ma veniamo ora alle modalità di esecuzione seguite nel ripristino, che si sono ispirate a procedure specifiche del restauro architettonico. In merito a tale argomento è opportuno illustrare i criteri sperimentati dall'Opera, in vista di eventuali ulteriori interventi dello stesso tipo, e della necessità di un contributo di idee per il perfezionamento dei criteri stessi.

Gli elementi architettonici e scultorei, sono stati conservati integralmente, e consolidati laddove necessario.

Si è preferito, invece, introdurre un diverso trattamento coloristico delle superfici, per ovviare a un effetto di insieme che appariva piuttosto confuso. Questa nuova «interpretazione››,  coloristicamente più contenuta, di elementi strutturali e formali, configura un effetto estetico diverso dal precedente, ma non costituisce una trasformazione irreversibile, per cui rientra nei limiti di una corretta metodologia di restauro.

La precedente soluzione decorativa, di gusto un po’ pesante, con molto oro e tanti diversi colori tutti piuttosto intensi, polarizzava l’attenzione dell’osservatore e non permetteva una agevole lettura degli elementi scultorei e architettonici che costituiscono tutto il pregio della Cappella.

Ora, invece (pittore e decoratore Antonio Pacaccio), con l'uso di due soli colori, il bianco e il grigio, e la netta evidenziazione delle membrature architettoniche rispetto alle superfici che hanno solo valore di fondale, si è voluto rendere di più immediata lettura tutto l'insieme.

Con I'impiego dei detti colori, più luminosi dei preesistenti, si sono pure ricercati effetti di alleggerimento della cupola e di dilatazione dello spazio da essa delimitato. I pannelli scultorei, magistralmente restaurati da Aldo D'Adamo (coadiuvato dal giovane Valter Pollegioni), sono stati liberati dal riferimento visivo, troppo importante, della verniciatura in oro delle cornici, per conferire loro maggiore rilevanza. La limitazione nell'uso dell'oro è derivata non già da una valutazione di tipo economico, ma da una precisa scelta, perchè per i motivi già espressi si è ricercata una maggiore sobrietà nella decorazione. Si è fatto ricorso, quindi, alla verniciatura in oro per ingentilire e impreziosire i fregi di fattura più delicata, e per sottolineare particolari «passaggi» nella articolazione de/lo spazio architettonico.

Un discorso particolare deve farsi a proposito della luce naturale. Quella proveniente dalle vetrate dipinte della Cappella, filtrata da colori scuri ed eterogenei, appariva  insufficiente e inadeguata a una corretta fruizione visiva diurna delle sculture, restituite alla primitiva forza espressiva.

L'Opera ha deciso quindi anche in relazione allo stridente contrasto stilistico con il contesto, apprezzabile ormai nella integrità della sua fisionomia originaria, di procedere alla rimozione di dette vetrate. Esse troveranno una degna collocazione nel museo della Cattedrale.

Con infissi a vetri opachi bianchi o beige, vengono a crearsi le richieste condizioni di illuminazione diffusa. Il divario di luminosità che con questa soluzione, si determina tra la Cappella e la navata potrà essere attenuato, riconsiderando, nella sua globalità, il problema della illuminazione naturale della Basilica.

A questo punto, mi sembra di poter concludere che, l'Opera di S. Tommaso, attraverso la qualificazione culturale della sua attività, rappresenta uno stimolo, per i cittadini, alla riscoperta delle proprie «radici››.

Tutto questo è la valida premessa di una scelta ponderata di altre rilevanti iniziative, alle quali dobbiamo augurare il migliore successo, nel nostro indissolubile, interesse di devoti di S. Tommaso e di figli di Ortona.

VITTORIO GARZARELLI - 30 giugno 1982

LA CAPPELLA del SACRAMENTO gioiello artistico della basilica, gravemente deterioratasi per l'usura del tempo e degli agenti  atmosferici nei rilievi a stucco realizzati nel triennio 1842-1845 dagli scultori ortonesi Vincenzo e Lorenzo Perez, è stata felicemente riportata al suo originario splendore dopo venti mesi di paziente e sapiente restauro (Direttore dei lavori arch. Vittorio Garzarelli, esecutori scult. Aldo D'Adamo coadiuvato dal giovane Walter Pollegioni, pittore-decoratore Antonio Pacaccio).

La sera di mercoledì 18 agosto sc. la Cappella è stata restituita al culto; S.E. il Vescovo di Ortona, dopo averla aspersa con acqua lustrale, ha officiato la s. Messa.

Al Vangelo l'Ecc.mo Presule, ricordata la degnazione del Salvatore di rimanere sulla terra nel sacramento dell'Eucarestia, ha messo in risalto l'impegno che dev'essere profuso dai fedeli nel preparare, innalzare, strutturare una sede degna, sontuosa, risplendente per l'Ospite divino in ogni chiesa. Dettosi completamente soddisfatto dei lavori eseguiti Mons. D'Antonio ha ringraziato, anzitutto, l'0pera che si è assunto un onere così gravoso e delicato, i Fedeli e Enti per la loro generosità, cotmplimentandosi vivamente con' l'arch. Garzarelli e con gli esecutori dell'impresa. Ha, infine rivolto un caldo appello a tutti perché ognuno si senta coinvlto nel nutrire il massimo rispetto, nel curare il decoro e lo splendore del luogo più augusto della basilica di s. Tommaso.

Al rito hanno presenziato il Sindaco della Città, Autorità civili, il Vicario Generale della Diocesi, membri del Capitolo, i Soci fondatori con il Consiglio di Amministrazione dell'Opera al completo, molti Soci, un cospicuo numero di munifici donatori e fedeli.

Il restauro della Cappella del Sacramento - che costituisce, senza -dubbio, la più robusta e impegnativa realizzazione condotta a termine dall'Associazione vuol essere di richiamo alla squillante affermazione di fede dell'Apostolo (mio Signore, mio Dio!) e di augurale auspicio all'inizio delle Celebrazioni Giubilari del DCCXXV della « venuta ›› di s. Tommaso.

Settembre 1982

L'Altare - tomba di san Tommaso

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L’ALTARE-TOMBA DI S. TOMMASO

Dal 1258 al sec. XV (Cenni Storici)

Riferimento bibliografico = Giovan Battista De Lectis, Vita del glorioso Apostolo di Christo. san Tomaso, con la Traslatione (...), Fermo, Astolfo de Grandi, 1577 .pagg- 54v, 58r, 70v, 71r, 73v.

1. Una volta pervenute a Ortona le Ossa di s. Tommaso il primo problema che si presentò per popolo e clero - circa una collocazione decorosa e sicura – fu dove deporle. -ll De Lectis parla di diverse soluzioni allora affacciate, e riferisce che il posto più adatto e dignitoso venne individuato «nell'altare di Maria Verg.», cioè «il maggiore altare di detta chiesa: perciocché quella era la «naue di mezzo». Cosicché «in detto altare collocate furono, secondo che per insino al presente giorno si uede».

La cassetta (contenente le Ossa, lo «stendardo» che aveva garrito al vento sulla galea di Leone Acciaiuoli e la «bacchetta di olivo› dono - al dire della tradizione - del re dell'India fu posta sotto la mensa, e la pietra tombale «calcedonia» (recata pur essa da Scìo) avrò fatto da dossale.

E per un secolo restò tutto così.

2. Sennonché, presumibilmente, tale collocazione non doveva presentarsi né degna, né vistosa se s. Brigida (nello VII Rivelazione) si sente dire dal Signore: «il mio tesoro [le Ossa dell'Apostolo] giace quiui quasi occolto». Alla fine del quattrocento la Tomba del Santo era ancora. pressoché, come due secoli prima: la stessa cassetta di Leone Acciaiuoli (con i più sovrapposto un tabernacolo - che il De Lectis chiama «antico›› - per la custodia della Testa, e tutto «l'argentaria quale era di grandissima quantità››); la pietra calcedonia a mo' di paliotto; la mensa di porfido. Nel retro una porticina («la portella››) permetteva l'estrazione della cassetta per le processioni.

indubbiamente il foro della pietra calcedonia (attraverso cui si introducevano oggetti di devozione) era mezzo idoneo a soddisfare la pietà dei fedeli; la detta porticina, peraltro, si prestava agevolmente a facilitare una manomissione sacrilega (tanto più che la chiave del «Deposito» era affidata alla discreta diligenza del capo-sacrista del tempio). E il 1475 «nella seconda vigilia della oscura notte» tale increscioso incidente si verificò.

3. La dolorosa vicenda, se per un verso aveva gettato nella costernazione clero e popolo, sortì - d'altro canto - effetti salutari. l.'altare-Tomba subì delle modifiche: la cassetta venne interamente foderata dentro e fuori d'argento; lo pietra calcedonia collocata nel retro. Dell’accaduto e  delle successive misure di sicurezza apportate il De Lectìs è molto circostanziato: «per questo furono fatte poi le ferriate et le catene e moltiplicate cinque chiaui››; in modo da offrire il massimo di sicurezza e garanzia («la gran ferriata»). Un pannello in pietra («la tauola delli 12 apostoli››) fu posta, con ogni probabilità, come ornamento a una parete della cappella.

La fede degli ortonesi ne uscì rinvigorita nei riguardi del Protettore e l'attaccamento dei devoti a s. Tommaso ricevette uno spirituale impulso più sentito con la indulgenza del Perdono accordata da Sisto lV il 5 luglio 1479 (anche se trasferita dal 6 settembre alla I domenica di maggio).

Inno di lode dell'apostolo Tommaso

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Inno di lode dell'apostolo Tommaso

"Lode al Padre celestesignore dell'universo, ineffabile, nascosto per tutte le epoche nello splendore della tua gloria!

Gloria al Figlioprimogenito della vitaVerbo di vita, che procede dal Padre eccelso!

Lode al Padre unico, che con saggezza si riflette in tutte le creature e in tutte le epoche!

Gloria al Figlio della luce, che con saggezza, possanza e intelligenza è presente in ogni epoca!

Lode al Padre eccelso, che per opera di tutti i suoi profeti è uscito dal nascondimento all'aperto!

Gloria al Figlio dell'amore per opera del quale, nel silenzio, fu eseguita ogni cosa con saggezza!

Lode al Padre glorioso, che genera il suo primogenito nel silenzio e nella quiete della mente!

Gloria al Figlio adorabile, la cui forma sorse, nella quiete e nella gloria, dal Padre!

Lode al Padre buono, che per mezzo dello Spirito santo rivelò ai suoi profeti il mistero del suo primogenito!

Gloria al Figlio eletto, che per mezzo dei suoi apostoli ha rivelato a tutti i popoli la gloria del Padre!

Lode al Padre sereno che per mezzo del suo primogenitodatore di vita alla sua creatura, santifica la sua maestà!

Gloria al Figlio bello, che sorse dallo splendore del Padre e liberò le nostre anime con il suo sangue puro!

Lode al Padre onnipotente, che abita nella luce gloriosanascosto nella sua gloria, a tutti manifesto per opera della sua grazia!

Gloria al Figlio perfetto, che fu seminato in una terra viva e che prima dei secoli è nel suo Padre santo!

Lode al Padre, che a tutto provvede, sempre in alto e nel profondo, ma non c'è luogo privo di lui!

Gloria al Figliofrutto adorabile, che sorse con amore verso tutti, rivestì la nostra umana natura e uccise il nostro nemico!

Lode al Padre infinito, che per mezzo degli effluvi del suo spirito ha formato gli angeli e i suoi servi come un fuoco ardente!

Gloria al Figlio della luce che procede sul vento e sulle nuvole sante ammantato della luce del Padre!

Lode al Padre, che  la vita a tutti, che per opera del prediletto ha radunato tutte le generazioni per la sua gloria perché gli dessero gloria!

Gloria al Figlio della vita, con il cui dono il Padre nutre i santi che procedettero da lui e raggiunsero i sentieri della pace!

Sia lode al Padre, che  la vita a tutti, che, nella quiete e nella tranquillità, rivelò ai suoi santi i misteri del Figlio per opera dello Spirito santo!

Gloria al Figliofrutto del Padre, che ha portato a compimento l'opera del Padre suo, ha redento i suoi cari e nasconde i suoi eletti sotto le sue ali!

Lode al Padre buono, che con l'amore e la grazia, per opera del suo prediletto, per mezzo della morte in croce la vita a tutte le creature!

Gloria al Figlio primogenito, che con il suo corpo nutre le generazioni, cancella i nostri peccati con il segno delle sue stigmate e aspergendo su di noi il suo sangue!

Lode al Padre buono, che dimora in ogni cuore puro, nella mente dei suoi adoratori, il cui aspetto nascosto a tutti, ci è manifesto per opera del suo Cristo!

Gloria al Figlio Verbo, che nella quiete annunzia la sua venuta, che ha indossato la nostra umanità e ci ha redento con il suo sangue puro e vivo!

Lode al Padre vivo, che ha vivificato la nostra natura mortale, mentre eravamo lontani dalla sua via, la cui misericordia ci raggiunse mentre eravamo morti e perduti!

Gloria al Figlio amato, che vivificò la nostra natura mortale, e distolse il nostro errore, fu per noi una medicina vivificante con il suo corpo datore di vita e con l'aspersione del suo sangue vivo!

Lode al Padre, che trascende ogni bocca e ogni lingua, che ci rappacifica con noi stessi per mezzo del suo Cristo, che abbiamo gustato per mezzo del suo frutto divenendo poi figli della sua pace!

Gloria al Figlio pacificatore, che sanò le nostre ferite, ci dimostrò la nostra pervicacia, raddrizzò il nostro smarrimento, ci fece camminare sulla sua via e per lui abbiamo conosciuto il Padre!

Lode al Padre onnipotente, che ci ha mandato il suo frutto vivo e vivificante, che con il sangue del Crocifisso pacificò la sua grazia con le sue creature!

Gloria al Figlio Verbo della luce, che sorse dall'eccelso e ci saziò con la sua sapienza, purificò la nostra immondezza e vivificò la nostra mortalità con il suo segno, la croce luminosa!

Lode al Padre di ogni lode, il suo nome sia grande in ogni epoca perché senza guardare ai nostri debiti ci ha vivificato per opera del suo Cristovita della sua volontà!

Gloria al Figlio, nostro sacerdotevoce generatrice della conoscenza, che ci perdonò per mezzo della sua offerta pura e santa e versò il suo sangue vivo per i peccatori!

Lode al Padre eccelsonascosto a tutte le epoche e palese ai suoi adoratoriconforme alla sua volontà!

Gloria al Figlio della vita, che eseguì la volontà del Padrepacificò le sue creature affinché per mezzo suo adorino colui che l'ha mandato e diventino partecipi dei suoi misteri!

Lode al Padre sublime, per opera del suo prediletto, da ogni ginocchio che si piega sia in cielo che in terra!

Gloria al Figlio adorato della perfetta misericordia per opera del quale sorsero per le creature la pace e la speranza affinché conoscessero il loro creatore!

Lode al Padre vivificatore di tutti, la cui abbondante misericordia non viene mai meno per l'effusione dei suoi doni e ha sempre bisogno di farci regali!

Gloria al Figlio frutto, che è la porta della luce e la via della verità, che ci fa camminare sulle sue orme affinché giungiamo alla casa del suo Padre sublime!

Lode al Padre dolce, che ci ha dato la pace per opera del suo vivificatore e ci ha rivelato i suoi santi e gloriosi misteri per mezzo dell'ascolto della sua dottrina!

Gloria al Figlio unigenito del Padre, che versò su di noi la sua misericordia e ci ha segnato con la sua croce viva e vivificante!

Tutte le labbra, tutte le lingue, le epoche e le creature occulte e manifeste, lodino il Padreadorino il Figlio e glorifichino lo Spirito santo!

Lo lodino, in alto, i suoi angeli per mezzo del suo Cristo che nell'Ade è diventato pace e speranza dei morti che vissero e sono stati risuscitati!

Preghiamo il Signore vivificatore, nostro paraclitomedicina della nostra vita e nostro segno vittorioso!

Beati noi, o Signore, che ti abbiamo conosciuto!

Beati noi, che in te abbiamo creduto!

Beati noi a motivo delle tue ferite e del sangue sparso per noi!

Beati noi, perché la nostra speranza sei tu!

Beati noi, perché sei il nostro Dio adesso e per sempre! Amen".

Atti di Tomaso

Guida rapida alla Cattedrale Basilica di San Tommaso apostolo

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Arcidiocesi di Lanciano-Ortona
Guida rapida alla Cattedrale Basilica
di San Tommaso apostolo
Ortona - Abruzzo Italia

La Cattedrale di San Tommaso è costruita su una chiesa paleocristiana i cui reperti si trovano in un locale sotterraneo sotto il campanile. Dopo incendi, terremoti e devastazioni (Goti, Longobardi, Normanni) fu ricostruita, consacrata e dedicata a S. Maria il 10 novembre 1127. Dal 1258 custodisce le reliquie di San Tommaso apostolo trafugate dal navarca ortonese Leone dall’isola di Chios. Il 17 febbraio 1427 in questa chiesa è stata solennemente proclamata la pace tra le città di Lanciano e Ortona patrocinata da san Giovanni da Capestrano. Successivamente, l’edificio sacro ha subito un incendio e la distruzione per opera dei Turchi di Pyaly Pascià che il primo agosto 1566 hanno messo a ferro e fuoco la città di Ortona; gli ortonesi recuperarono dalle fiamme le sacre reliquie del Patrono. Quattro anni dopo, il tempio veniva elevato a rango di Cattedrale, con il nuovo vescovo Giandomenico Rebiba. Andando avanti nei secoli la Basilica subì ancora delle profanazioni da parte dei Francesi nel 1799 e nel 1943 è stata in gran parte distrutta dai Tedeschi. Ricostruita nei primi anni del dopoguerra, venne riconsacrata e riaperta ai fedeli il 5 settembre 1949 con una solenne cerimenia celebrata da mons. Gioacchino di Leo, Vescovo di Ortona, e dal Cardinale Federico Tedeschini, Datario di S.S. Pio XII.

Esterno

L’abside, con costoloni a vista e rinforzi alla base, a pianta esagonale, risale al XIV secolo. La facciata è stata ricostruita nel 1947 poiché i tedeschi il 21 dicembre 1943 distrussero con mine la facciata settecentesca con la cupola e il grandioso porticato quattrocentesco a nove colonne. Rimane integro nel vicolo un portale d’epoca sveva (XIII sec.). Sulla piazza, il portale attuale è stato ricostruito con reperti recuperati dalle macerie; era opera dell’artista ortonese Nicola Mancino (1312). Nella lunetta, la Madonna con il Bambino, san Giovanni Battista e san Giovanni Evangelista; sul lato sinistro, una parte di colonna con tralcio di vite e figure allegoriche. Nella facciata si conservano archi ad ogiva, capitelli con teste-mensola di epoca sveva, finestre monofore con trilobature di impianto gotico.

Campanile

Il campanile (1963) ricostruito dopo la demolizione del precedente che era stato edificato all’inizio del XVII secolo, ospita cinque campane: il campanone (1605, q. 40,75), la mezzana (rifusa nel 1948, q. 9,30), dell’ufficio (rifusa nel 1950), della domenica (1933, q. 1.75), di ogni giorno (1881, kg. 41).

Visita al Tempio: Interno

Appena dopo l’ingresso, sulla parete di destra, è sistemata la tomba di Leone, il navarca ortonese che nel 1258 recò ad Ortona le reliquie di San Tommaso apostolo. La tomba è ricoperta da una lapide sulla quale è stata riportata la trascrizione di quella più antica andata distrutta durante l’ultima guerra.

Sulla parete di fronte all’ingresso L’incredulità di San Tommaso dipinta da Basilio Cascella nel 1944; nella parte superiore, ai lati della vetrata, i Profeti Isaia ed Ezechiele, affreschi di Virginio La Rovere (1935); di fronte: L’incontro dei Santi Domenico e Francesco opera dell’artista francescano, padre Lerario. Lungo la navata sono esposte tele raffiguranti San Girolamo e Sant’Ambrogio dipinte da Tommaso Cascella nel 1968. Sulla porta che immette all’ex Cappella del Salvatore, oggi Madonna di Lourdes, Ritratto di mons. De Dominicis (vescovo di Ortona dal 1766 al 1791) eseguito dal pittore ortonese Fulgenzio Lavalle nel 1826. Tutte le vetrate sono state eseguite da Tommaso Cascella nel 1968. Queste, a partire da sinistra di chi entra nel tempio, rappresentano: L’Assunzione della Vergine, San Tommaso protettore di Ortona, La Madonna che consegna il Sacro cingolo a San Tommaso; sul presbiterio: San Tommaso e gli Apostoli e L’incredulità di San Tommaso. Al lato destro: la virtù della fortezza; ai lati: gli stemmi della città di Ortona e di San Tommaso. Sull’arco a sesto acuto, in fondo alla navata, è riportato a rilievo lo stemma di Ortona sovrastato da quello di San Tommaso.

Lungo la navata, sulla destra incassati nel muro, è possibile ammirare reperti dell’originaria chiesa gotica. I pannelli della Via Crucis, in alabastrino, sono opera dello scultore Stefano Durante. Intorno alla navata è riportato, in latino, il brano evangelico (Gv 20, 26-29) in cui Gesù invita Tommaso a toccare le piaghe del suo costato, esortandolo a «non essere più incredulo, ma credente».

4. Presbiterio

L’altare maggiore reca un bassorilievo che rappresenta L’incredulità di San Tommaso, opera di autore ignoto del XVI secolo. Circa cinquant’anni fa, la gradinata e l’ingresso della cripta hanno avuto una più logica sistemazione; l’ambone e il battistero sono stati collocati ai due lati.

I sette ovali dipinti sulla parte superiore dell’abside rappresentano, in ordine da sinistra verso destra, San Paolo, San Matteo, Sant’Andrea, Occhio di Dio, San Pietro, San Giacomo e San Tommaso. Il primo e l’ultimo, dipinti nel 1857 da Nicostrato Gizzarelli, sono rimasti indenni dopo i bombardamenti del 1943-44, mentre gli altri sono stati dipinti da Tommaso Cascella nel 1968.

5. Organo

E’ stato realizzato nel 1969 dalla Ditta Vincenzo Mascioni di Varese al fine di assecondare compiutamente le direttive del concilio Vaticano II; la consolle (tre tastiere e 123 comandi)  ed è stata sistemata in modo che la Schola Cantorum risulti vicina ai fedeli e sia di guida al canto dell’assemblea. L’organo consta di 42 Registri sonori e 3.000 canne.

6. La cupola

L’attuale cupola è stata costruita nel 1946 in sostituzione della precedente a tiburio crollata a seguito delle mine fatte brillare dai Tedeschi il 21 dicembre 1943. Dal pavimento alla croce del lanternino misura in altezza circa 40 metri. Gli affreschi della cupola sono del pittore triestino Luciano Bartoli (1974) e rappresentano scene della creazione e, alle vele, tre Evangelisti: Marco, Giovanni e Luca. Il quarto Evangelista, Matteo, è stato dipinto nel 1931 dal pittore ortonese Antonio Piermatteo ed è l’unico salvatosi dalla distruzione del 1943.

7. Cappella di S. Maria Maddalena: La Pietà, scultura in gesso e legno policromi (sec. XV); pala d’altare: La Maddalena, di autore ignoto. La vetrata, rappresentante Santa Maria Maddalena è stata eseguita nel 1968 da Tommaso Cascella.

8. La Cappella dell’Immacolata: una base di marmo policromo e onice regge la statua dell’Immacolata; sullo sfondo, la parete è in mosaico.

9. Cappella del Sacramento

Ai lati, sulle pareti dell’anticappella, sono esposte due tele che rappresentano I discepoli di Emmaus e La moltiplicazione dei pani (Franco Sciusco, 1985). Intorno al cupolino, quattro affreschi del pittore Francesco Quadrini (1845), rappresentano San Francesco di Paola, San Francesco Saverio, San Francesco d’Assisi e San Francesco Caracciolo. Nella cappella: a sinistra, l’altorilievo Gesù e i fanciulli e dietro l’altare L’ultima Cena. Ai quattro lati, sotto la cupola, in quattro medaglioni a rilievo sono rappresentati: Caino e Abele (Gen. 4: 1-16), Elia (I re 19: 1-21), Abramo e Isacco (Gen. 22, l’offerta di Melchisedek (Gen. 14: 17-24). Nel tiburio, 15 formelle a rilievo rappresentano scene della vita di Gesù. Tutte queste opere in stucco, sono state eseguite dai fratelli Vincenzo e Lorenzo Perez negli anni 1842-1845. Vetrata raffigurante l’ascensione al cielo dell’artista

10. Cappella della Madonna di Lourdes.

Anticamente la Cappella era dedicata al Salvatore ed era il luogo di sepoltura della nobile famiglia Riccardi. Per un certo periodo, nel XVII secolo, vi furono custodite le Ossa dell’apostolo Tommaso. Al suo interno, a destra di chi entra, si conservano resti di colonna e relativo capitello della primitiva chiesa gotica.

11. Sala capitolare.

Dalla Cappella della Madonna di Lourdes si accede alla sala capitolare situata allo stesso livello del presbiterio. In essa si conservano degli interessanti costoloni in pietra che partono da quattro teste-mensola situate ai quattro angoli della sala. E’ possibile anche ammirare, sulla parete che la separa dall’ex cappella del Salvatore, una interessante finestra in pietra con ampia strombatura verso l’interno della sala.

12. Cripta

La cripta nella sua struttura attuale risale al 1968. Anticamente era la cappella dedicata alla Vergine sotto il titolo di Immacolata Concezione ed era il luogo di sepoltura della famiglia de Pizzis. Al centro è collocato l’altare-tomba (1986); al suo interno in una cassetta di rame dorato (inizio XVII secolo) si conservano le reliquie di san Tommaso apostolo. L’urna, con effigie di San Tommaso, fu realizzata nel 1612 dal pittore ortonese Tomaso Alessandrino. Il crocifisso che pende sull’altare è opera dello scultore ortonese Aldo D’Adamo (1982).

Sulla destra di chi vi accede è posta la lapide in marmo rosso redatta con il Vescovo mons. Boccabarile (1623) che narra la vicenda del trafugamento delle reliquie di San Tommaso e il loro arrivo in Ortona. Sulla parete di sinistra c’è la descrizione della venuta di santa Brigida in Ortona per venerare il sepolcro di San Tommaso. La Santa ebbe dal Signore la rivelazione che le Ossa dell’Apostolo erano in Ortona e in occasione della seconda visita (1369) ebbe il prodigioso dono della falange di un dito attualmente conservata nella basilica di S. Croce in Gerusalemme a Roma. Sulla parete di sinistra sono inoltre esposte copie di due pergamene: la bolla di papa Sisto IV (1479) che concede l’indulgenza plenaria a coloro che visitano la basilica di Ortona la prima domenica di maggio, e l’atto notarile del 1259 in cui si attesta la veridicità del trafugamento delle reliquie dall’isola di Chios (1258).

Dietro l’altare, nella cripta, è stata sistemata la pietra tombale con scritta greca, recata da Chios insieme con la cassetta delle Ossa di San Tommaso; probabile VI-IX secolo. La lapide appare di fattura armeno-mesopotamica; il bassorilievo rappresenta un Vescovo con cappello cuspidato. La scritta indica: San Tommaso. Quasi certamente la lapide tombale proviene da Edessa in Anatolia (oggi Urfa in Turchia).

13. Sacrestia.

Sulla porta di accesso è rappresentato, a rilievo, lo stemma di mons. Alessandro Crescenzi (vescovo di Ortona dal 1644 al 1652); al suo interno si conserva un monumentale ed elegante armadio in legno (sec. XVIII).

Bancone dei paramenti sacri effettuato dalla ditta Genuflex (2012) e vetrata  La sacra Famiglia di Valter Pollegioni (2013). Orologio a pendolo dell’inizio del 1900 offerto dalla famiglia Nervegna.

14. La cappella di San Tommaso.

Ben poco rimane dell’antica e ricca cappella di San Tommaso in quanto anch’essa è stata quasi completamente distrutta dagli eventi dell’ultima guerra. Restano comunque le sette formelle del tiburio rappresentanti scene della vita di San Tommaso, in bassorilievo, realizzate nel 1572 e i quattro Evangelisti (altorilievi in stucco) realizzati da Lorenzo Perez nel 1839.

L’altare, ricostruito nel dopoguerra, custodisce il Busto d’argento di San Tommaso, contenente una reliquia dell’Apostolo, realizzato dalla Fonderia Pani di Napoli nel 1800 in sostituzione di quello più antico trafugato dai Francesi nel 1799. Le ante in bronzo (1958) sono dello scultore ortonese Stefano Durante. I dipinti, eseguiti da Tommaso Cascella nel 1968, rappresentano: dietro l’altare L’incredulità di San Tommaso e sulla destra Il martirio dell’Apostolo Tommaso. La finestra, dello stesso autore, rappresenta Leone che consegna le reliquie all’abate Iacovo. Nell’anticappella sono stati sistemati due pannelli in ceramica rappresentanti, a destra, La partenza delle galee ortonesi da Chios (11-8-1258) e, a sinistra, L’arrivo ad Ortona (6-9-1258). Gli affreschi della volta rappresentano scene dell’Antico e del Nuovo Testamento; più sotto sono rappresentate le quattro virtù cardinali: Prudenza, Giustizia, Fortezza, Temperanza. Tutte queste opere sono state realizzate nel 1968 da Tommaso Cascella. Sua è anche la vetrata che rappresenta Gesù che annuncia a S. Brigida che le ossa di San Tommaso sono in Ortona.

Nell’anticappella, sulla parete di sinistra, è esposto un dipinto di Pasquale Bellonio rappresentante la Crocifissione (1762).

15. La devozione

San Tommaso apostolo è il patrono principale della città e patrono, insieme con la Madonna del Ponte, dell’Arcidiocesi di Lanciano-Ortona. Gli abitanti di Ortona, molto devoti all’Apostolo, ne celebrano la festa liturgica il 3 luglio e la festa solenne patronale con novena la prima domenica di maggio. Questa festa è detta del “Perdono” per la concessione papale dell’indulgenza Plenaria concessa a tutti i visitatori della tomba dell’Apostolo.

San Tommaso è protettore, oltre che dei marinai, pescatori e naviganti, anche degli ingegneri, architetti, geometri e muratori, e viene invocato contro i dolori delle ossa in genere, le affezioni reumatiche e dolori di testa.

16. Notizie utili

Orario apertura: 

nella mattinata la cattedrale è aperta dalle 7,00 alle 12,30. 

nel pomeriggio, dalle 15,00 alle 19,00 (ora legale: dalle 16,00 alle 20,00).

Durante la celebrazione delle sacre funzioni sono ammesse le visite.

Orario Sante Messe: 

festive: 8,00 (Madonna del Carmine)  9,30 - 11,00 - 18,00 (ora legale: 19,00); 

feriali: 8,00, 18,00 (ora legale: 19,00).

Indirizzo: Cattedrale Basilica di San Tommaso Apostolo, 

Piazza San Tommaso, 66026 Ortona (CH).

http: www.tommasoapostolo.it - e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Tel. e Fax: (+39 085 906 2977)

Discernere - Uno sguardo profetico sugli eventi

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DISCERNERE

Uno sguardo profetico sugli eventi

I dubbi di san Tommaso: in India via terra o per mare?

di Ilaria Ramelli 

Due figure apostoliche sono quelle alle quali è ricollegata dalla tradizione la primissima evangelizzazione dell’India: san Bartolomeo e san Tommaso. Una sistematica analisi critica delle tradizioni relative ad essi, che ho svolto, fa ipotizzare che a queste due figure siano stati ricondotti i primi tentativi missionari di età apostolica e subapostolica, che si servirono delle vie commerciali sia di mare sia di terra per raggiungere l’India: vie di terra molto probabilmente per le regioni settentrionali, rotte marittime per quelle meridionali. Origene citava solo la «Partia» come zona di predicazione propria di san Tommaso, suggerendo così un arrivo della primissima predicazione cristiana in India per via di terra.

Egli non menzionava l’India, che per altro non affidava ad alcun altro apostolo, indicando così che la sua era un’informazione sulla direzione di un’evangelizzazione di matrice apostolica: quella che andava verso la Partia (poi la Persia), e poi da là arrivò in India. Nelle fonti patristiche del IV e V secolo e successive troviamo l’attribuzione dell’India a Tommaso; Rufino, tuttavia, che seguiva Origene, assegnava a Tommaso la Partia e a Bartolomeo l’India Citerior, 
quella più vicina all’Occidente, quella in cui si recò anche Panteno. Il De vitis apostolorum sembra confermare che l’indicazione «Partia» riguarda la direzione dell’evangelizzazione di matrice tomistica, disegnando un itinerario che dalla Partia arrivava appunto all’India: Parti, Medi, Persiani, Ircani, Battriani, Magi, fino alla morte a Calamina d’India, luogo indicato da molte altre fonti. I Magi, inoltre, rivestono un ruolo importante nella tradizione relativa a Tommaso. La comunità cristiana del Malabar, in India, una zona ben nota al mondo romano del I secolo d.C. per i continui contatti commerciali, conserva una tradizione antichissima che fu indagata già dai Portoghesi nel Quattro e Cinquecento, e che è legata alla trasmissione di leggende e notizie storiche esclusiva di alcune loro famiglie. Essi fanno risalire la loro evangelizzazione precisamente a san Tommaso. La leggenda locale, che riflette un’altra via di predicazione, non cioè per terra attraverso la Partia, ma per mare, narra che l’apostolo sbarcò nel Malabar a Muziris (Cranganore), città citata anche da Plinio, che costituiva il porto principale in cui nel I secolo d.C. giungevano regolarmente dall’Occidente molte navi commerciali. Secondo la leggenda malabarita, Tommaso morì poi a Mailapur, sulla costa del Coromandel, nell’India sudorientale. Nella liturgia, ancor oggi si commemora il suo martirio il 3 luglio. La notizia della morte a Mailapur si trova in effetti attestata anche in Salomone di Bosra, nel XIII secolo. Secondo la leggenda locale, Tommaso avrebbe convertito membri di alcune famiglie appartenenti alle più alte caste indù, ordinandovi diaconi e presbiteri; queste famiglie avrebbero poi continuato a fornire il clero alla comunità cristiana locale.

Il cristianesimo poté fiorire nel Malabar anche grazie alla protezione dei sovrani locali (secondo la tradizione,Tommaso avrebbe convertito anche sovrani indiani), che avrebbero garantito loro diversi privilegi. Proprio grazie alla prosperità e alla protezione di cui godevano i cristiani del Malabar, a loro si unirono nel corso dei secoli anche cristiani provenienti da altre zone meno felici e perseguitate. I cristiani del Malabar hanno conservato i costumi degli indù delle classi più alte e ancora circa un secolo fa gli indù di casta erano convinti che fosse sufficiente toccare uno di loro per purificarsi dal contatto con un fuoricasta. Ai testi patristici e alle testimonianze locali si aggiungono per Tommaso gli Acta Thomae, un «romanzo apostolico» di estremo interesse, che merita una trattazione a parte.

Un dato archeologico, inoltre, può rivelarsi significativo: la tomba tradizionalmente identificata con quella di san Tommaso in India presenta lo stesso tipo di materiale da costruzione e la stessa struttura che presentavano le stazioni commerciali romane del I secolo d.C. in quelle zone. Non sembra dunque trattarsi di un edificio posteriore, retrodatato dalla leggenda all’età di Tommaso.

Come furono salvate dalla furia della guerra le Reliquie di sam Tommaso

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COME FURONO SALVATE DALLA FURIA DELLA GUERRA

LE RELIQUIE DI SAN TOMMASO

Allo scadere di questo trimestre si compirà il 40° anniversario di un evento provvidenziale allorché le Reliquie del nostro Apostolo vennero « messe al sicuro›› in attesa del passaggio del turbine della guerra. Il presente articolo scritto nel 1958 ( 7° Centenario) da Mons. Pietro Di Fulvio (allora parroco di s. Tommaso), che fu uno dei protagonisti di quei gesti animosi e carichi di fede, rievoca e ricorda un'ora tra le più oscure della millenaria storia religiosa e civile della nostra Città. Al sacerdote zelante e integerrimo - e alla sua memoria tuttora in benedizione - la gratitudine nostra perenne!

Fin da quando si erano avvicinate. le minacce dei bombardamenti aerei, il nostro venerato Arcivescovo Mons. Tesauri di s.m. e il Rev.mo Capitolo avevano cominciato a pensare come mettere al sicuro da possibili incursioni le preziose Reliquie. Poi venne l'armistizio e si credé che ormai tutto fosse stato. salvato; ma invece proprio allora cominciò la tragedia per noi: la guerra venne sul suolo d'Italia, e dopo qualche mese si avvicinò a noi. Si arrivò al punto in cui le autorità tedesche ordinarono lo sfollamento di Ortona. Ormai non c'era più tempo da perdere; ad ogni costo bisognava mettere al sicuro il Busto d'argento contenente la Reliquie del Cranio di s. Tommaso, poiché non si poteva sapere quali potessero essere le vicende della guerra, e d'altra parte correva voce che i tedeschi andavano domandando dove stesse il Busto di s. Tommaso. Che fare? dove metterlo? Si pensò, si ripensò. Si girò, si rigirò la Cattedrale e le adiacenze. Qualcuno affacciò l'idea di portare il sacro Busto in qualche altro paese della diocesi. No, dissero i più: san Tommaso deve restare in Ortona; come faremo senza di Lui? Si volle ancora riflettere; ma quando un giorno Mons. Carbone venne a sapere che i tedeschi avevano domandato il peso del sacro Busto, allora ogni indugio -fu rotto e nell'istessa mattinata, salendo su per la torre campanaria, nella stanza del primo piano si vide su in alto una nicchia; sembrava stesse lì ad attendere il sacro Deposito. Offriva infatti assoluta garanzia di sicurezza, sicché si conchiuse: questo è il posto adatto per murare il sacro Busto. E allora, senza frapporre altro tempo, alle 13,30 del 5 novembre 1943 il can.co Parroco Di Fulvio e don Antonio Politi, con mastro Peppino Valentinetti e l'elettricista Renato Massari si accinsero all'opera, non senza obbligarsi al più assoluto segreto e dopo aver chiuso le porte della Cattedrale. Quanta commozione in quel cupo pomeriggio nell'aprire il sacro deposito, nel prendere il sacro Busto senza i consueti segni di amore e di festa, nel portarlo sul campanile, metterlo in una rozza nicchia! Con quanto dolore ripetutamente baciammo la Reliquia, mentre angosciati interrogativi ci trafiggevano l'animo: sarà sicuro qui san Tommaso? Lo rivedremo? quando lo riporteremo al suo posto? Intanto tutto fu compiuto con ogni diligenza, la muratura fatta e mascherata così bene, che sarebbe stato quasi impossibile indovinare il posto di nascondimento. Nel mentre la guerra si avvicinò sempre più, ed ecco la battaglia di Ortona. Per otto giorni si combatte accanitamente per le vie della povera città martoriata. E in quelle tetre giornate «le numerosissime mine fatte brillare dai tedeschi fecero crollare non solo molte case, ma nonostante la formale promessa del 'Comando tedesco fatta in Municipio a Mons. Carbone - che l'aveva premurata davanti al Podestà e ad un gruppo di cittadini - il semaforo e buona parte della Cattedrale con la cupola furono atterrati. Che dolore per i non molti ortonesi nascosti nei sotterranei e sfollati nella periferia di Ortona, quando si sparse questa notizia! Quante lacrime furono versate allorché, liberata la città, si uscì dalle grotte e si tornò dalle campagne e non si vide più la maestosa cupola nell'azzurro del cielo, ma una montagna di macerie. Ma quello che più tormentava i cuori era il dubbio sulla sorte delle Reliquie di san Tommaso e perciò da tutti si domandava: si è salvato san Tommaso? dov'è? è al sicuro? Per grazia del Signore, nonostante il quasi-terremoto dell'esplosione delle mine e le numerose cannonate che l'avevano colpita in più punti, la torre campanaria era in piedi, e la parte dov'era «il sacro Busto, intatta. San Tommaso perciò era salvo e dall'alto vegliava in pianto sulle immani rovine, mentre offriva al cielo il sacrificio del suo popolo e della sua città in espiazione e in redenzione; quindi per ottenere, in cambio di tante svent1ure, beni veraci e più grandi. 

Liberata Ortona, c'era altra parte del prezioso Tesoro, e non la meno importante, che bisognava sottrarre a possibili manomissioni o a profanazioni la cassetta contenente il Corpo di san Tommaso. Lo spostamento d'aria prodotto dalle mine avevano sconquassato l'altare della cappella di San Tommaso e il Deposito sottostante dov'era la sopra ricordata cassetta, in modo che i due cancelli chiusi con le famose otto chiavi, si erano aperti e quindi facilmente si sarebbero potuto asportare e profanare le sacre Reliquie del Corpo del1'Apostolo. Allora per interessamento del Rev.mo Capitolo, si fece disfare completamente l'altare, ricuperando i preziosi marmi, e venne alla luce la cassetta delle sacre Ossa che da più secoli era lì rinchiusa. Questa, perché fosse ben custodita, essendo la Cattedrale tutta rovinata e aperta, fu portata nella casa del Parroco e ivi religiosamente custodita. Della rimozione della cassetta e delle condizioni della medesima fu redatto Atto pubblico dal Notaio dott. T. Pettinelli.

Mons. Pietro Di Fulvio

Atti di san Tommaso

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Atti di Tomaso

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[2007 06 08]

Curiosità d’archivio - Antonio Gaetani

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CURIOSITA' D'ARCHIVIO
ANTONIO GAETANI

Antonio Gaetani, in arte il vetraio, per gli amici Jolly.

 

La foto lo ritrae mentre lavora sulla Cupola della Basilica di San Tommaso, in equilibrio precario, e testimonia la sua disponibilità ad adoperarsi per chiunque gli chiedesse un favore, anche a costo di trovarsi nei pasticci, come spesso accadeva.

Il suo soprannome per molti è un emblema della fortuna; a lui purtroppo non ha recato buona sorte.

 

 

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