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anno 2° numero 8 del 21 novembre 2010
CRISTO RE DELL'UNIVERSO / C

Cristo re dell'universo, proclama la liturgia.
Il Vangelo di oggi ci aiuta a delineare alcuni tratti del Regno.
Il primo è rivelato dalle parole dei capi del popolo: ha salvato gli altri, salvi se stesso.
Riconoscono in Gesù una storia di uomini e donne salvati, guariti, rimessi in piedi, trasfigurati.
Riconoscono che Gesù salva altri e non pensa a salvare se stesso. Qui è posta l'immagine nuova di Dio, l'assoluta novità cristiana: un Dio che non chiede sacrifici all'uomo, ma che si sacrifica lui per l'uomo. Che al centro dell'universo non pone se stesso, ma l'uomo salvato e guarito; che come obiettivo della storia non mette la propria gloria o l'adorazione, ma la vita piena dell'uomo.


Regale è davvero questo amore che si inabissa, dimenticandosi, nell'amato.
Il secondo tratto del volto del re è rivelato dalle parole del malfattore appeso alla croce: egli invece non ha fatto nulla di male. Una frase sola, di semplicità sublime: non ha fatto nulla di male. In queste parole è racchiuso il segreto della regalità vera: niente di male, in quell'uomo; innocenza mai vista ancora, nessun seme di odio, il solo che non ha nulla a che fare con la violenza e con l'inganno. Questo è bastato ad aprirgli il cuore: il ladro intravede in quell'uomo non solo buono, ma esclusivamente buono, un possibile futuro diverso, l'inizio di una umanità nuova. Intuisce che quel cuore pulito è il primo passo di una storia diversa, l'annuncio di un regno di bontà e di perdono, di giustizia e di pace.
Ed è in questo regno che domanda di entrare.
Ricordati di me - prega il ladro morente. Sarai con me -risponde l'Amore.
Sintesi ultima di tutte le possibili preghiere.
Ricordati - prega la paura. Ti terrò con me - risponde l'Amore.
Solo ricordati e mi basta - prega l'ultimo respiro di vita.
Sarai con me, risponde l'immortale. Non solo nel ricordo, ma in un abbraccio forte.
Ecco il nostro Re: uno che ha la forza regale e divina di dimenticare se stesso dentro la paura e la speranza dell'altro; il cuore di chi rivolge le sue ultime parole per gli uomini a un assassino e, in lui, a tutti noi che nascondiamo in fondo all'anima la tentazione o la capacità di una cultura di morte. È lì, nel ladro ucciso, la consacrazione suprema della dignità dell'uomo: nel suo limite più basso l'uomo è sempre e ancora amabile per Dio, basta solo la sincerità del cuore.
Non c'è nulla e nessuno di definitivamente perduto, nessuno che non possa sperare, per oggi
e per domani.

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