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anno 2° numero 12 del 19 dicembre 2010
IV DOMENICA DI AVVENTO / A

Commento al Vangelo di oggi
Il brano del Vangelo che viene offerto alla nostra riflessione sembra invitare ad una preparazione più intensa, per potere accogliere e generare nella nostra vita il Verbo Incarnato: aprire il cuore ad una fede forte ed operosa, nell'obbedienza alla volontà del Signore, nella piena fiducia in lui.
Proprio a differenza del re Acaz, re di Giuda, che all'annunzio del profeta Isaìa di una liberazione imminente per l'intervento provvidenziale del Signore, si rifiuta di credere e non vuole chiedere un segno da Dio temendo di dover rinunciare alla ricerca di alleanze politiche. Ciò nonostante il profeta promette il segno: Sarà la nascita di un bambino a cui sarà dato il nome di Emanuele - Dio con noi. Sì, proprio dalla debolezza e dalla fragilità di un bambino verrà la salvezza. I Padri della Chiesa hanno visto nella nascita prodigiosa di questo bambino, preannunziata quella di Gesù, figlio di Dio fatto carne, che viene tra noi per salvarci dalle nostre difficoltà e donarci la gioia di averlo compagno nel viaggio della vita. Viene annunziato così il parto verginale di Maria, madre e vergine nello stesso tempo. Il figlio sarà l'Emmanuele, il Dio con noi, in tutto simile all'uomo, eccetto nel peccato. Mediante la sua persona ci viene offerta una salvezza totale che ci libera non solo da nemici politici, ma ci apre le porte del regno eterno di Dio. Qual'è la via che ci introduce in questo regno beato fin da questo mondo? Ce la indica San Paolo all'inizio della sua lettera ai Romani. Tutte le genti sono chiamate ad obbedire al vangelo di Dio, da lui stesso annunziato, per incarico diretto di Gesù sulla via di Damasco. L'obbedienza è il supremo atto di culto reso a Dio, a lui gradito più che il sacrificio. Esige la capitolazione del nostro orgoglio dinanzi alla volontà del Signore. E' quanto il Figlio di Dio viene a insegnare a tutti gli uomini, con il suo esempio, nella sua nascita, attorniato da una povertà estrema e da una indifferenza quasi sprezzante dei suoi contemporanei; nella sua vita di nascondimento; nella sua predicazione improntata a mansuetudine e bontà; nell'accettazione della condanna a morte di croce dove consuma la sua vita a gloria del Padre. Chiediamo al Signore una maggiore imitazione ai suoi esempi e meno pretesa di penetrare nei misteri divini. La docilità di Giuseppe ci sia di sprone. In obbedienza assume il ruolo di padre putativo del Salvatore accettandone tutta la responsabilità, affidandosi alla volontà di Dio, i cui progetti si sveleranno gradatamente nel cammino della vita come del resto per ognuno di noi.

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