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anno 2° numero 29 del 17 aprile 2011
Domenica delle Palme


Il canto del servo
La chiesa, per bocca dei Padri, ci dice che tutta la Bibbia va letta alla luce di Gesù Cristo, perché Gesù ricapitola in sé tutta la storia della salvezza. Cosa vuol dire questo? Ogni ebreo adulto conosceva la legge, almeno per averla sentita nella sinagoga, al sabato, come ogni normale cristiano conosce i Vangeli per averli sentiti leggere e spiegare nel giorno del Signore, ogni settimana.

Gesù però conosceva delle scritture sante ogni cosa, avendole egli meditate a lungo, nel suo vivere normale e nella sua vita nel deserto. Egli era il Figlio e perciò certamente le conosceva più di ogni altro, ne aveva fatto la sua vita sempre, informavano certamente ogni suo agire perché egli era venuto per fare la volontà del Padre e non per abolire la legge ma per compierla. E ora si avviava alla sua ora; per tanto tempo l’aveva attesa fino a dire di non aver pace fino a che non fosse giunta; ma ora, mentre i discepoli andavano a preparare la pasqua come egli aveva indicato loro, egli sapeva quello che nessuno sapeva e certo doveva risuonargli dentro il canto del Servo sofferente, il grande testo della profezia di Isaia che avrebbe trovato in lui il compimento.
Egli aveva ascoltato attentamente ogni parola che Dio, il Padre, gli aveva suggerito; aveva pronunciato le parole che il Padre gli metteva dentro perché fossero confortati gli sfiduciati; ora era arrivato il momento dei flagellatori, di coloro che strappano la barba e riempiono la faccia di insulti e di sputi. Gesù si avviava alla totale spoliazione di se stesso in completa obbedienza alla sorte riserbatagli dal Padre. E non necessariamente sapeva perché. A lui bastava solo sapere che così il Padre voleva che lui concludesse la sua vita, che questo era quanto gli veniva chiesto.
 
L'Abbandono

Quando si legge la passione secondo Matteo, c’è una costante che colpisce, perché emblematica del mistero di Gesù: tra Gesù che entra volontario nell’ombra del Getsemani e nell’annientamento della croce, e tutti gli altri personaggi che si agitano intorno a lui, c’è come una parete divisoria, come un muro di assoluta incomprensione. Giuda chi sa da quanto tempo aveva deciso di venderlo, ma fino all’ultimo forse neppure lui lo sapeva; gli apostoli, che pure erano stati tante volte testimoni di fatti prodigiosi, ora non riescono a vincere il sonno, questo sonno strano, quasi innaturale, quasi che fosse su di loro l’ombra di un mistero immenso impossibile da reggere. Pietro stesso, con tutto il suo amore dichiarato tante volte, quando si trova alla prova dei fatti lo rinnega, e non una volta sola, e se ne accorge e si pente e piange3, ma solo perché nella sua infinita misericordia Gesù stesso gli aveva detto che sarebbe successo e gli aveva dato il segno del canto del gallo. Le folle che avevano tante volte osannato il figlio di Davide e che poi gridano il «crucifige» sono più comprensibili, perché sempre la folla è mutevole e del resto non lo conosceva così da vicino come coloro che lui chiamava «i suoi».
Egli è solo. Tutti lo hanno abbandonato, tutti coloro che erano stati con lui fino a quel momento. E non è ancora tutto: anche il Padre, che fino a questo momento è stato sempre con lui, che lo ha assistito con la sua presenza continua, anch’egli ora è assente.
Gesù è veramente solo. Ma non è un dramma suo, è proprio lo svelamento ultimo della condizione umana. Entrando nella sua passione Gesù svela l’uomo all’uomo. E leggere la passione, o ascoltarla, è per noi entrare totalmente in questa verità umana. Allora siamo costretti a vedere, come per una luce improvvisa che scaturisce dal fondo, la verità totale dell’uomo; allora sappiamo tutto. Sappiamo che cosa è il tradimento e che cosa l’amicizia, cosa il potere e che cosa la paura, sappiamo la menzogna e il pentimento. Queste passioni fondamentali ci si manifestano come in uno spaccato.
Gesù è dall’altra parte. Nel suo impersonare fino allo spasimo le sofferenze del Servo, dal fondo della sua abiezione, egli avverte l’estrema separazione: Dio mio perché mi hai abbandonato? C’è anche questo estremo abbandono a separarlo da tutti. E’ l’amore per l’uomo che lo conduce in questa sconfinata solitudine. Non è possibile vero amore che non porti con sé questa specie di lama che recide: chi più ama più è separato; chi più ama più sente la falsità di ogni sia pur minima mancanza di verità. Gesù, chiuso nel suo essere solo, tace anche di fronte a chi lo interroga, soprattutto di fronte a chi lo interroga, perché qui c’è il potere dal quale ogni solitudine umana origina. Infatti, perché l’uomo è avvolto in quel muro di errore che conduce alla solitudine se non perché pensa, vuole, tende a disporre egli di se stesso, a imperare solo sugli altri, a non riconoscere altra autorità che la propria? Di fronte a Caifa che lo interroga Gesù tace. Sulla passione di Gesù incombe la coalizione suprema dei potenti: Caifa, Pilato, Erode. Davvero la personificazione della menzogna nel mondo. Gesù, dinanzi a questo potere, con il suo silenzio esprime la più grande delle condanne. Egli sa che il potere  non si vince con un altro tipo di potere («rimetti la spada nel fodero»); si vince con l’amore, con questo potere che non ha peso né forza, che non fa storia, che non abbatte eserciti. Egli crede solo nell’amore che ha vissuto, l’amore fino alla morte, e noi siamo perciò chiamati a questo confronto.

La Croce

E’ difficile per noi oggi capire che cosa fosse la morte in croce, sia per chi alla croce era appeso, sia per la considerazione sociale di questo tipo di morte. Essere condannato a morte è la massima violenza che si possa fare a un uomo; non c’è dunque un tipo di morte più o meno dignitoso o infamante. Venti secoli di cristianesimo ci hanno portato ad un rispetto per la vita umana che era impensabile allora, e anche questo è il frutto di quella morte; ma a quel tempo la vita di un uomo era spesso tanto priva di valore quanto oggi quella di un animale. La croce era appunto il supplizio da schiavi, che non doveva essere solo morte ma morte lenta, atroce, appunto disumana, affinché agli schiavi restasse bene impresso che questo rischiavano ribellandosi. Gesù è morto di questa morte, e veramente il potere aveva ragione di condannarlo alla morte dello schiavo ribelle, perché egli ha rifiutato la vita di schiavo del principe di questo mondo. Mille volte ha lottato con il signore delle tenebre, dai quaranta giorni nel deserto, a ogni volta che ha cacciato demoni immondi, e sempre ha vinto, finché il male non si è alleato col potere tra gli uomini. Ora, sulla croce, Gesù rappresenta la vittima di ogni sopruso. Ma se leggiamo bene il Vangelo di Matteo ci accorgiamo che questo racconto ha un suo punto di forza quasi obbligato: tutto tende a portarci all’ascolto della confessione di fede in Gesù crocifisso fatta da un centurione pagano. «Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse... Il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù... furono presi da grande timore e dicevano: Davvero costui era Figlio di Dio!». Dalle regioni del silenzio e della morte prende corpo la parola eterna: «Veramente costui era Figlio di Dio». In quel modo era Figlio di Dio, con quella morte, «veramente» senza possibilità di equivoco, senza rischio di ingannarsi. Soltanto un Dio fatto uomo poteva morire così, perché soltanto in Dio non c’è spazio che non sia per l’altro. «Veramente», perché quell’uomo è la negazione totale di se stesso, di ogni egoismo, è l’antipossesso; è nudo, ha le mani vuote, offre soltanto le braccia aperte a chi vuole accostarsi a lui. Braccia spalancate per abbracciare ogni dolore, per raggiungere ogni regione di solitudine e di morte. «Dio, dice s. Cirillo, ha disteso sulla croce le sue mani per circondare i confini dell’universo». Solo la croce è manifestazione adeguata dell’onnipotenza di Dio, della grandezza del suo amore che prende per sé la morte infamante dello schiavo per manifestare ancora una volta il suo «beati gli ultimi, i piccoli, i deboli», e anche «beati coloro che soffrono per la giustizia», in nome mio. Questo è il Dio comunione che non può tenere per sé come un tesoro geloso la sua vita divina, ma che questa vita getta per i fratelli, e spoglia se stesso fino alla condizione di servo. Siamo chiamati a fare silenzio e ascoltare, a scrutare un orizzonte nuovo che si apre, sulle vie dell’uomo, a seguire le sue vie, perché soltanto in lui scopriamo la nostra verità profonda e possiamo comprendere e comprenderci. Il Signore dell’amore è accolto dalla terra che lo custodirà fino al momento del suo impetuoso e raggiante risorgere; noi sappiamo che quella tomba racchiude immense capacità di vita, la nostra vita futura alla sua luce.

 

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