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anno 2° numero 32 del 15 maggio 2011
IV Domenica di Pasqua

Liturgia di oggi

Introduzione
L’immagine di Gesù buon pastore è una delle più conosciute ed efficaci del vangelo di Giovanni.

Gesù è, ancora oggi, colui che accudisce e conduce il popolo di Dio. Al di fuori di lui non c’è salvezza; senza la sua croce non c’è resurrezione. Egli è origine e punto d’arrivo del cammino della Chiesa che, in ognuno di noi, è chiamata a mettersi a servizio dell’umanità e a rinnovarla col suo sacrificio.

Prima lettura At 2,14a.36–41: Dio lo ha costituito Signore e Cristo

Il “cuore trafitto” dell’uditorio di Pietro è la libertà umana che si riconosce fallimentare. Coloro che ascoltano le parole dell’apostolo chiedono: “cosa dobbiamo fare?”. Pietro risponde che devono farsi battezzarsi “nel nome di Cristo”, cioè scegliere di appartenere a lui per trovare così la salvezza.

Dal Salmo 117 - Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.

È Gesù il Buon Pastore della Chiesa. Egli ci protegge, ci tiene al sicuro e prepara per noi la mensa eucaristica, fonte della nostra salvezza.

Seconda lettura1 Pt 2,20b–25:

Siete stati ricondotti al pastore delle vostre anime. L’autore della lettera di Pietro indica un nuovo modo, più perfetto, di mettersi a servizio degli altri: seguire l’esempio di Cristo nostro Signore. Egli, obbedendo alla parola del Padre, si è fatto servo e ci ha amati fino alla fine.


Riflessione sul vangelo 
Gv 10,1–10: Io sono la porta delle pecore

Gesù si autoproclama la porta del recinto attraverso la quale il pastore conduce le pecore all’esterno. Per il cristiano Gesù è un’apertura verso la salvezza. Ci conosce per nome, è a conoscenza delle nostre miserie e ci conduce dolcemente verso l’amore del Padre.
La più grande sfida per il credente, forse l’unica e quella dalla quale tutte le altre derivano, è l’incredulità: se Dio non esistesse? Se Dio fosse altro da quello che credo? Talvolta queste domande assumono intensità estrema, fino a diventare quasi dolorose, fino a stordire. Talvolta sono meno violente. Tuttavia, l’incredulità rimane una frontiera dell’esperienza dei credenti che nessuno fra essi può permettersi di ignorare.
Frequentare questa frontiera, però, in quanto luogo della crisi, può anche essere positivo per la fede autentica. Il primo motivo è che porsi consapevolmente queste domande può essere un utile modo per purificare da incrostazioni idolatriche la propria vita di fede. Il secondo è che da come pensiamo Dio ne deriva il modo che abbiamo di atteggiarci di fronte a lui e di relazionarci con lui, per cui è necessaria la costante verifica.
Per tutto ciò ogni credente, tutti i giorni, fin dal risveglio dovrebbe domandarsi, come atto di consapevolezza: “chi è il mio Dio?”; “in chi ripongo speranza di salvezza?”.
Per il cristiano credere in maniera adeguata alle richieste del vangelo, e cioè in maniera totalizzante, significa assumere – teoricamente e praticamente – le parole di san Pietro riportate negli Atti degli Apostoli: «sappia con certezza tutta la casa d’Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso» (At 2,36).
Al cospetto di affermazioni come queste c’è sempre il rischio della riserva mentale: “ma io non ho crocifisso Gesù Cristo. Anzi, fossi stato lì…”. La meditazione onesta e veritiera del vangelo della domenica delle Palme dovrebbe averci fatto comprendere che “fossi stato lì…” avrei fatto come gli undici, se non come Giuda.
E sempre la stessa meditazione avrebbe dovuto farci comprendere che Gesù non è stato crocifisso per il peccato di alcuni, i protagonisti dell’episodio, ma per il peccato di tutti, di ogni tempo e di ogni luogo. Non ci si può sottrarre alla solidarietà nel peccato con tutti gli uomini, se si vuole essere solidali nella salvezza ricevuta.
Fatto questo passo di onestà intellettuale e morale, si può professare la fede in quel Gesù costituito Signore e Cristo.
La sfida dell’incredulità si intreccia inestricabilmente con l’atteggiamento del credente, cioè pregare in retta coscienza il salmo 23: «Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla. Su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Rinfranca l’anima mia, mi guida per il giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza» (Sal 23,1-4). Sono parole che esprimono affidamento, abbandono, quiete in Dio, fiducia. Sono parole che trovano la loro perfetta realizzazione in quanto Gesù dice di sé.
Nella parabola che il Vangelo odierno propone alla nostra meditazione, l’evangelista Giovanni afferma che il Buon Pastore conosce, chiama, conduce e cammina davanti alle sue pecore, ed esse lo seguono.
La similitudine, che Gesù attinge dall’esperienza quotidiana dei suoi uditori (molto diversa da quella della maggior parte di noi, e perciò un po’ ostica da decifrare), dice la relazione esistente fra il pastore e il suo gregge. Una relazione di appartenenza: ricorre molte volte l’espressione sue pecore. Una relazione affettiva di reciproca conoscenza. Una relazione di guida del suo gregge. Il pastore sta alla testa delle sue pecore ed esse lo seguono.
La lettera di Pietro dice lo stesso: «Cristo patì per voi, lasciandovi un esempio, perché ne seguiate le orme» (1 Pt 2,21). Gesù non è un capo che dice “armiamoci e partite!”; è il primo nel cammino proposto ai suoi, non impone gioghi che non abbia portato, non è guida cieca di ciechi (cfr. Mt 15,14). Gesù è un esempio da seguire.
Il pastore conduce il suo gregge nel cammino verso la libertà, e questa è l’alternativa positiva nella polemica che fa da contesto al brano. Di questo cammino le letture di oggi ci danno anche le tappe. Rispondendo alle domande degli uditori negli Atti, Pietro risponde: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo» (At 2,38). La tenerezza dell’accudimento che passa l’immagine del Buon Pastore è ben diversa dall’immagine di Dio che incute timore che spesso producono le nostre idolatrie.
D’altra parte, però, in relazione alle domande di inizio (“chi è il mio Dio?”; “in chi ripongo speranza di salvezza?”), è immagine impegnativa: comporta una relazione esclusiva con il Pastore da parte del gregge; invoca una relazione nuova che, secondo le parole del vangelo, accolga Cristo come la porta. Gesù è la rivelazione del Padre, è la mediazione unica fra lui e l’umanità, è l’unica guida alla libertà, che è dono gratuito, salvezza ricevuta Perché la giustificazione è sempre dono gratuito. Leggendo la lettera di Pietro è evidente che per essa affermare che Gesù è modello ed esempio, come detto sopra, è vero, ma ancora troppo poco: lo scritto riconosce anche in Gesù l’artefice della salvezza.
«Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia» (1 Pt 2,24). Pietro introduce al mistero della passione come frutto di obbedienza di Gesù al Padre e al suo progetto di salvezza, e come espressione della solidarietà del Figlio con gli uomini. Quindi prosegue, introducendo un’immagine pastorale di Cristo che raduna il popolo disperso e custodisce le anime dei credenti.
È l’applicazione a Gesù Cristo della figura biblica del messia pastore. Gesù è il messia pastore. La salvezza che dona passa per la croce: «dalle sue piaghe siete stati guariti» (1 Pt 2,24). Essa è strumento della nostra vita, perché, come dice Gesù nel vangelo di Giovanni: «io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza. Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,10-11).

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