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anno 2° numero 38 del 26 GIUGNO 2011
SS CORPO E SANGUE DI CRISTO

Liturgia di oggi

Introduzione
Dio rimane sempre fedele all’umanità. Dopo l’uscita di Israele dall’Egitto, il Signore ha condotto il suo popolo nel deserto, lo ha accudito e nutrito. Il popolo è rimasto in vita grazie alla misericordia di Dio. La determinazione di Dio a voler salvare l’uomo si manifesta pienamente in Gesù Cristo.

Il suo corpo e il suo sangue sono il vero nutrimento del cristiano, il segno tangibile del legame d’amore col Padre che non si spezza nemmeno di fronte alla morte.

Prima lettura - Dt 8,2–3.14b–16: Ti ha nutrito di un cibo, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto.

Gesù citerà questo brano rispondendo a Satana nel deserto. Egli ribadirà quanto dice Mose: è la volontà di Dio a tenere in vita l’uomo, per la sua ostinazione a non abbandonarlo e a volerlo salvare nonostante la sua miseria.

Salmo 147 - Loda il Signore, Gerusalemme.

Il salmista ci invita a lodare Dio perché da lui dipendono la nostra sicurezza e la nostra pace. Solo con la sua guida possiamo vivere secondo giustizia.

Seconda lettura - 1 Cor 10,16–17: Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo.

L’unità della comunità dei fedeli è fondata sul corpo di Cristo. Solo partecipando alla sua passione tramite l’eucarestia possiamo essere veramente un tutt’uno con i fratelli.

Vangelo - Gv 6,51–58: Il mio sangue è vero cibo e il mio sangue vera bevanda.

Gesù è la vera manna che discende dal cielo. Egli ci è stato inviato dal Padre per donarci la vita. Coloro che si nutrirono della manna furono salvati solo nel tempo del deserto ma poi morirono, mentre la salvezza donata da Gesù è definitiva e ci ha liberato dal dominio della morte una volta per tutte.
È bene, per iniziare, chiarire che con la parola chiesa si intende la comunità dei credenti formata da coloro che credono nel Dio che Gesù Cristo ha rivelato, che Gesù sia il Figlio unigenito del Padre, e che credono nella rivelazione di Gesù attestata dalle scritture. Questo per evitare l’ambiguità di restringere la parola chiesa alla gerarchia, o allo Stato Pontificio.
Ebbene: oggi molto spesso si parla di chiesa come comunità, e si osserva anche una certa insistenza sulla parola comunità e sulla dimensione comunitaria. Questo è giusto, e ha le sueragioni. La prassi cristiana non può dimenticare la dimensione comunitaria, in cui la fede è vissuta e celebrata. Tuttavia, in questa insistenza non mancano dei rischi.
Il primo è quello di una visione psicologizzante della comunità. Gli uomini hanno bisogno , per natura, di aggregarsi in gruppi. Ma non si può appiattire la comunità cristiana su dimensioni affettive ed emotive. La comunità non è, o è troppo poco quando è solo compensazione delle proprie fragilità umane. Non si fa comunità perché non si è in grado di stare da soli, e una comunità che si crei su bisogni psicologici rischia di essere solo un gruppo di immaturi che cercano un nido caldo, e nel peggiore dei casi un leader.
Non vengono mai dei sospetti su percorsi di maturità da compiere quando si partecipa a gruppi di adolescenti, o di adulti adolescenziali?
Il secondo rischio è il sociologismo. La categoria di «popolo di Dio», riportata in auge dal Vaticano II, è teologica non sociologica. Il popolo di Dio non è quello che vota un determinato candidato al parlamento, o un certo sì o no ad un referendum. È invece l’insieme delle persone che credono, celebrano e praticano la fede cristiana. Il terzo rischio è di ordine pratico. Il dispendio di energie psicologiche e organizzative (in termini proporzionali eccessivo) per la realizzazione di eventi e iniziative che si collocano molto sul piano aggregativo e poco su quello spirituale. Un riscontro del problema è che spesso proprio questi eventi e queste iniziative producono frustrazione perché inficiate da personalismi, tensioni e conflitti che contraddicono ciò che vorrebbero testimoniare. Per tutto ciò bisognerebbe riequilibrare. Parlare cioè di comunità solo dopo aver parlato di comunione. Questa è innanzi tutto una relazione spirituale e agapica, che al limite non ha neppure bisogno di una comunità fisica. A meno che non voler dire che nella chiesa gli eremiti che vivono in assenza di una prossimità fisica con altri credenti non sono in comunione con la comunità ecclesiale.
La comunione ha il suo fondamento nella relazione che ciascuno ed ognuno ha con Cristo , ed è solo essa che fa la comunità cristiana. Tanto che, evidentemente, ci possono essere molteplici forme di comunità (la nazione, la città , il condominio, il gruppo etnico) senza che per questo siano propriamente cristiane. E così si può giungere a sostenere ciò che a prima vista appare paradossale: può esserci comunione senza comunità (gli eremiti); ma non è detto che vi sia una comunità che sia anche animata dalla comunione.
La conclusione è dunque immediata: per discutere di comunità, per costruire una comunità , è necessario andare all’origine della stessa, alla comunione con Cristo. In questa direzione ci portano le letture di oggi, a partire da quanto afferma Paolo: «il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo» (1Cor 10, 16).
Quanto detto da Paolo in termini esplicitamente eucaristici è già affermato implicitamente nel vangelo. «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui» (Gv 6,56). L’assimilazione della carne e del sangue di Cristo realizza la reciproca immanenza di Gesù e del discepolo. Certo non bisogna intendere il verbo «mangiare» e «bere» in senso naturalistico. Ciò condurrebbe a considerazioni paradossali, assurde e scandalose. È evidente che esse vanno intese in senso sacramentale. Il pane ed il vino sono segni efficaci che compiono ciò che dicono.
Il pane è segno. A partire dalla rivelazione di sé come «pane vivo» (Gv 6,51), muovendo dunque dal simbolo del pane necessario per la vita, Gesù afferma che «se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo» (Gv 6,51). Il vangelo stabilisce il legame fra il pane e la passione di Cristo, come dicono anche tutti i testi sinottici dell’ultima cena. Ma oltre che segno, il pane è segno efficace. «Se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue , non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,53-54). La partecipazione al sacramento è partecipazione agli effetti della passione, al dono della pienezza della vita.
Il credente mangia e beve, cioè assimila la carne e il sangue di Cristo accedendo alla reciproca immanenza con Figlio e ricevendo la vita nell’incontro con la Parola ascoltata ed obbedita, e nell’eucarestia, fonte e culmine della vita spirituale.
Tutto il discorso di Gesù volge anche verso una promessa, quella della vita. «Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me» (Gv 6,57). Il Padre è la sorgente della vita, il figlio vive per il Padre e il discepolo per il sacramento di cui partecipa. Ma è in quel futuro (vivrà) che consiste la promessa.
Il pane, con tutto il suo valore simbolico, è il nutrimento per il cammino verso la terra promessa. Alla luce della promessa di Gesù si possono leggere in chiave escatologica le parole del libro del Duteronomio. Lì Mosè presenta Dio come colui che ha nutrito, guidato ed accompagnato il popolo durante il tempo dell’esodo. È Dio che si cura del suo popolo educandolo all’umiltà, perché sia sempre consapevole, anche nella terra della prosperità, della sua relazione di beneficato dal Signore. «Non dimenticare il Signore, tuo Dio» (Dt 8,14).
Tuttavia la figura non è la realtà, come dice Gesù: «questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno» (Gv 6,58).
La terra promessa è il Regno; il pane è Cristo; la comunità è l’insieme dei credenti pellegrinanti verso il Regno. Per questo ciò che conta è la comunione, per mezzo di Cristo, con Cristo ed in Cristo verso il Regno. Solo dalla comunione con Cristo viene la vera comunione nella comunità, per essere oggi profezia del Regno. Tutto il resto può visibilizzare la comunione nella comunità, ma se manca il centro fallisce lo scopo per cui esiste.
In ordine a tutto ciò vale la pena di riprendere e rimeditare la seconda orazione di colletta: «Dio fedele, che nutri il tuo popolo con amore di Padre, ravviva in noi il desiderio di te, fonte inesauribile di ogni bene: fa’ che, sostenuti dal sacramento del Corpo e Sangue di Cristo, compiamo il viaggio della nostra vita, fino ad entrare nella gioia dei santi, tuoi convitati alla mensa del Regno».

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