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anno 2° numero 46 del 21 AGOSTO 2011
XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Liturgia di oggi

Introduzione
Gesù pone ai discepoli una domanda volta a sondare le opinioni ricorrenti sulla sua identità. La risposta che ottiene è insufficiente per due motivi. Il primo, perché ciò che si dice di lui non coglie adeguatamente il suo mistero.

Il secondo, perché sapere ciò che altri dicono o pensano di Gesù, non significa ancora esprimere la propria posizione, e men che meno professare la propria fede. Per questo rivolge loro ancora la seconda domanda: «ma voi, chi dite che io sia?». Anche oggi è possibile avere grande competenza su Gesù e tuttavia non avere fede in lui. Ai credenti di oggi spetterà solamente sapere qualcosa su Gesù o avere fede in lui?

Prima lettura - - Is 22,19–23:Gli porrò sulla spalla la chiave della casa di Davide.

Il profeta Isaia annuncia la disgrazia di Sebna, un funzionario del re Ezechia. Egli ha abusato della sua condizione e del suo potere. Per questo verrà destituito e la sua carica andrà a Eliakìm che nell’adempimento fedele del suo compito servirà il Signore e il popolo di Israele.

Salmo 137 - Signore, il tuo amore è per sempre.

Il salmista ci invita a cantare la lode del Signore per la sua cura nei confronti di chi confida in lui e per il suo ascolto della preghiera del povero che lo invoca.

Seconda lettura - Rm 11,33–36 - Da lui, per mezzo di lui e per lui sono tutte le cose.

Partendo dalla constatazione della grandezza del Signore Paolo erompe in invocazioni che affermano che nessuno può considerarsi in credito di qualco sa con Dio. La nostra fede in Dio scaturisce sempre dalla sua libera iniziativa.

VangeloMt 16,13–20: Tu sei Pietro, e a te darò le chiavi del regno dei cieli.

Replicando alla professione di fede di Pietro, Gesù dice che il Padre stesso gli ha rivelato la vera natura del suo maestro. La grandezza di Pietro sta dunque nell’essere stato ricettivo a tale rivelazione, cioè nell’essersi lasciato investire dalla grazia.

Approfondimenti

SANTA MONICA

Nacque a Tagaste, antica città della Numidia, nel 332 in una famiglia di buone condizioni economiche e profondamente cristiana; contrariamente al costume del tempo, le fu permesso di studiare e lei ne approfittò per leggere la Sacra Scrittura e meditarla.
Nel pieno della giovinezza fu data in sposa a Patrizio, un modesto proprietario di Tagaste, membro del Consiglio Municipale, non ancora cristiano, buono ed affettuoso ma facile all’ira ed autoritario. Per il suo carattere, pur amando intensamente Monica, non le risparmiò asprezze e infedeltà; tuttavia Monica riuscì a vincere, con la bontà e la mansuetudine, ogni difficoltà. A 22 anni le nacque il primogenito Agostino, in seguito nascerà un secondo figlio, Navigio ed una figlia di cui s’ignora il nome, ma si sa che si sposò, poi rimasta vedova divenne la badessa del monastero femminile di Ippona. Le notizie che riportiamo sono tratte dal grande libro, sempre attuale e ricercato anche nei nostri tempi, le “CONFESSIONI”, scritto dal figlio Agostino, che divenne così anche il suo autorevole biografo. Da buona madre diede a tutti con efficacia, una profonda educazione cristiana; dice s. Agostino che egli bevve il nome di Gesù con il latte materno; il bambino appena nato fu iscritto fra i catecumeni, anche se secondo l’usanza del tempo non fu battezzato, in attesa di un’età più adulta; crebbe con l’insegnamento materno della religione cristiana, i cui principi saranno impressi nel suo animo, anche quando era in preda all’errore.
Monica aveva tanto pregato per il marito affinché si ammansisse ed ebbe la consolazione, un anno prima che morisse, di vederlo diventare catecumeno e poi battezzato sul letto di morte nel 369. Monica aveva 39 anni e dové prendere in mano la direzione della casa e l’amministrazione dei beni, ma la sua preoccupazione maggiore era Agostino.
Le vicende della sua vita sono strettamente legate a quelle del figlio, così come le racconta lui stesso; lei rimasta a Tagaste continuò a seguire con trepidazione e con le preghiere il figlio, trasferitosi a Cartagine per gli studi, e che contemporaneamente si dava alla bella vita, convivendo poi con un’ancella cartaginese, dalla quale nel 372, ebbe anche un figlio, Adeodato. Dopo aver tentato tutti i mezzi per riportarlo sulla buona strada, Monica per ultimo gli proibì di ritornare nella sua casa. Pur amando profondamente sua madre, Agostino non si sentì di cambiare vita, ed essendo terminati con successo gli studi a Cartagine, decise di spostarsi con tutta la famiglia a Roma, capitale dell’impero, di cui la Numidia era una provincia; anche Monica decise di seguirlo, ma lui con uno stratagemma la lasciò a terra a Cartagine, mentre s’imbarcavano per Roma. Quella notte Monica la passò in lacrime sulla tomba di s. Cipriano; pur essendo stata ingannata, ella non si arrese ed eroicamente continuò la sua opera per la conversione del figlio; nel 385 s’imbarcò anche lei e lo raggiunse a Milano, dove nel frattempo Agostino, disgustato dall’agire contraddittorio dei manichei di Roma, si era trasferito per ricoprire la cattedra di retorica. Qui Monica ebbe la consolazione di vederlo frequentare la scuola di s. Ambrogio, vescovo di Milano e poi il prepararsi al battesimo con tutta la famiglia; dunque le sue preghiere erano state esaudite.
Restò al fianco del figlio consigliandolo nei suoi dubbi e infine, nella notte di Pasqua del 387, poté vederlo battezzato insieme a tutti i familiari; ormai cristiano convinto profondamente. Con sua grande e gradita sorpresa, Agostino decise di ritornare anche lui in Africa per vivere la vita monastica, così, dopo un primo periodo di riflessione nei pressi di Milano, si diressero a Roma, poi ad Ostia Tiberina, dove affittarono un alloggio, in attesa di una nave in partenza per l’Africa.
Nelle sue ‘Confessioni,’ Agostino narra dei colloqui spirituali con sua madre, che si svolgevano nella quiete della casa di Ostia, ricevendone conforto ed edificazione; ormai più che madre ella era la sorgente del suo cristianesimo; Monica però gli disse anche che non provava più attrattiva per questo mondo, l’unico suo desiderio era compiuto, quindi poteva morire contenta. Nel giro di pochi giorni, si mise a letto con la febbre, perdendo a volte anche la conoscenza; ai figli costernati, disse di seppellire quel suo corpo dove volevano, senza darsi pena, ma di ricordarsi di lei, dovunque si trovassero, all’- altare del Signore. Agostino con le lacrime agli occhi le dava il suo affetto, ripetendo “Tu mi hai generato due volte”.
La malattia (forse malaria) durò nove giorni e il 27 agosto del 387, Monica morì a 56 anni. Donna di grande intuizione e di straordinarie virtù naturali e soprannaturali, si ammirano in lei una particolare forza d’animo, un’acuta intelligenza, una grande sensibilità.
Il suo corpo rimase per secoli, venerato nella chiesa di S. Aurea di Ostia, fino al 9 aprile del 1430, quando le sue reliquie furono traslate a Roma nella chiesa di S. Trifone, oggi di S. Agostino, poste in un artistico sarcofago, scolpito da Isaia da Pisa, sempre nel sec. XV.
Santa Monica, considerata modello e patrona delle madri cristiane, è molto venerata; il suo nome è fra i più diffusi fra le donne. La sua festa si celebra il 27 agosto, il giorno prima di quella del suo grande figlio il vescovo di Ippona S. Agostino, che per una singolare coincidenza, morì il 28 agosto 430.

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