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anno 2° numero 49 del 11 SETTEMBRE 2011
XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Liturgia di oggi

Introduzione

La capacità di un uomo di perdonare è misura della sua speranza nel futuro. Vivere in maniera rancorosa, passando il tempo a tenere il conto delle offese subite, significa bloccarsi nel passato in modo disperante. Il perdono cristiano, che alcuni considerano una forma di debolezza, è l’atto che dischiude il futuro sia al perdonante che al perdonato, ed è manifestazione di una grandezza e forza d’animo tale che sa vincere il male ricevuto con il bene offerto.

 

Prima lettura - Sir 27,33–28,9 (NV) [gr. 27,30–28,7]: Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati.

Soffermarsi sulle colpe dei propri fratelli e coltivare il rancore, significa dimenticarsi della misericordia di Dio e chiudersi alla possibilità di invocarla. La memoria della caducità delle cose, e quella dell’Alleanza, sono il fondamento del perdono.


Dal Salmo 102 - Il Signore è buono e grande nell’amore.
Il Signore è grande nella misericordia ed essa è degna di lode. Il salmista invita, infatti, a benedire il Signore perché perdona e salva.

 

Seconda lettura - Rm 14,7–9:
Sia che viviamo, sia che moriamo, siamo del Signore.

La legge della carità che deve regolamentare le relazioni tra gli uomini è radicata in una relazione più profonda: quella di ogni uomo con Cristo. In questa appartenenza fondante, tutta l’esistenza del cristiano trova consistenza.

Canto al Vangelo: Alleluia, alleluia. Vi do un comandamento nuovo, dice il Signore: come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Alleluia.

Vangelo - Mt 18,21–35: Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette.
Il perdono cristiano non è fondato sulla nostra benevolenza di uomini, ma sulla coscienza della nostra miseria di fronte a Dio. Se non sappiamo perdonare, come il servo malvagio della parabola, dimostriamo di essere inconsapevoli di essere stati raggiunti noi per primi dalla misericordia di Dio..

Approfondimenti
 
SAN GIOVANNI CRISOSTOMO
13 settembre

Educato dalla madre, S. Antusa, Giovanni (nato ad Antiochia, probabilmente nel 349) negli anni giovanili condusse vita monastica in casa propria. Poi, mortagli la madre, si recò nel deserto e vi rimase per sei anni, dei quali gli ultimi due li trascorse in solitario ritiro dentro una caverna, a scapito della salute fisica. Chiamato in città e ordinato diacono, dedicò cinque anni alla preparazione al sacerdozio e al ministero della predicazione. Ordinato sacerdote dal vescovo Fabiano, ne diventò zelante collaboratore nel governo della chiesa antiochena. La specializzazione pastorale di Giovanni era la predicazione, in cui eccelleva per doti oratorie e per la sua profonda cultura. Pastore e moralista, si mostrava ansioso di trasformare il comportamento pratico dei suoi uditori, più che soffermarsi sulla esposizione ragionata del messaggio cristiano.
Nel 398 Giovanni di Antiochia - il soprannome di Crisostomo, cioè, Bocca d'oro, gli venne dato tre secoli dopo dai bizantini - fu chiamato a succedere al patriarca Nettario sulla prestigiosa cattedra di Costantinopoli. Nella capitale dell'impero d'Oriente Giovanni esplicò subito un'attività pastorale e organizzativa che suscita ammirazione e perplessità: evangelizzazione delle campagne, creazione di ospedali, processioni anti-ariane sotto la protezione della polizia imperiale, sermoni di fuoco con cui fustigava vizi e tiepidezze, severi richiami ai monaci indolenti e agli ecclesiastici troppo sensibili al richiamo della ricchezza. I sermoni di Giovanni duravano oltre un paio d'ore, ma il dotto patriarca sapeva usare con consumata perizia tutti i registri della retorica, non certo per vellicare l'udito dei suoi ascoltatori, ma per ammaestrare, correggere, redarguire. Predicatore insuperabile, Giovanni mancava di diplomazia per cautelarsi contro gli intrighi della corte bizantina. Deposto illegalmente da un gruppo di vescovi capeggiati da quello di Alessandria, Teofilo, ed esiliato con la complicità dell'imperatrice Eudossia, venne richiamato quasi subito dall'imperatore Arcadio, colpito da varie disgrazie avvenute a palazzo. Ma due mesi dopo Giovanni era di nuovo esiliato, dapprima sulla frontiera dell'Armenia, poi più lontano, sulle rive del Mar Nero. Durante quest'ultimo trasferimento, il 14 settembre 407, Giovanni morì. Dal sepolcro di Comana, il figlio di Arcadio, Teodosio il Giovane, fece trasferire i resti mortali del santo a Costantinopoli, dove giunsero la notte del 27 gennaio 438, tra una folla osannante. Dei numerosi scritti del santo ricordiamo il volumetto “Sul sacerdozio”, un classico della spiritualità sacerdotale.

ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE
14 settembre

La festa in onore della Croce venne celebrata la prima volta nel 335, in occasione della “Crucem” sul Golgota, e quella dell'"Anàstasis", cioè della Risurrezione. La dedicazione avvenne il 13 dicembre. Col termine di "esaltazione", che traduce il greco hypsòsis, la festa passò anche in Occidente, e a partire dal secolo VII, essa voleva commemorare il recupero della preziosa reliquia fatto dall'imperatore Eraclio nel 628. Della Croce trafugata quattordici anni prima dal re persiano Cosroe Parviz, durante la conquista della Città santa, si persero definitivamente le tracce nel 1187, quando venne tolta al vescovo di Betlem che l'aveva portata nella battaglia di Hattin.

La celebrazione odierna assume un significato ben più alto del leggendario ritrovamento da parte della pia madre dell'imperatore Costantino, Elena. La glorificazione di Cristo passa attraverso il supplizio della croce e l'antitesi sofferenza-glorificazione diventa fondamentale nella storia della Redenzione: Cristo, incarnato nella sua realtà concreta umano-divina, si sottomette volontariamente all'umiliante condizione di schiavo (la croce, dal latino "crux", cioè tormento, era riservata agli schiavi) e l'infamante supplizio viene tramutato in gloria imperitura. Così la croce diventa il simbolo e il compendio della religione cristiana.

La stessa evangelizzazione, operata dagli apostoli, è la semplice presentazione di "Cristo crocifisso". Il cristiano, accettando questa verità, "è crocifisso con Cristo", cioè deve portare quotidianamente la propria croce, sopportando ingiurie e sofferenze, come Cristo, gravato dal peso del "patibulum" (il braccio trasversale della croce, che il condannato portava sulle spalle fino al luogo del supplizio dov'era conficcato stabilmente il palo verticale), fu costretto a esporsi agli insulti della gente sulla via che conduceva al Golgota.

Le sofferenze che riproducono nel corpo mistico della Chiesa lo stato di morte di Cristo, sono un contributo alla redenzione degli uomini, e assicurano la partecipazione alla gloria del Risorto.

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