BIBLIOGRAFIA

AVVISO ai PELLEGRINI CHE DESIDERANO VISITARE LA TOMBA DI S.TOMMASO APOSTOLO in ORTONA

Per ragioni tecniche di ordine pratico e di sicurezza le Visite nella Basilica Cattedrale vanno effettuate soltanto durante la normale apertura della Basilica (e sospese durante le funzioni religiose).


Non si possono accettare e accogliere pellegrini al di fuori dell'orario normale stabilito.

E' molto importante a questo proposito telefonare e prenotare  per sapere gli orari più adatti e i tempi a propria disposizione.

 

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Cattedrale

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BasilicaLa Cattedrale basilica dedicata a San Tommaso apostolo fu costruita sul sito di un antico tempio romano. Distrutta dai Normanni nel 1060, fu ricostruita e dedicata a Santa Maria degli Angeli nel 1127, come risulta dall’epigrafe conservata nell’annesso museo diocesano. Dal 6 settembre 1258 custodisce le Ossa di san Tommaso apostolo. Il navarca ortonese, il pio Leone, insieme con i commilitoni, riportò sulla galea il corpo dell’Apostolo e la pietra tombale, dall’isola greca di Chios. Chios rappresentava uno spazio del secondo fronte di guerra, dove la flotta ortonese composta da tre galee, si era recato a combattere, al seguito dell’ammiraglio di Manfredi, Filippo Chinardo. Da quella data la basilica diventa centro di preghiera, richiamo di pellegrini, ma anche oggetto di varie distruzioni. Nel 1566 subì l’assalto dei Turchi e un incendio, che per fortuna non attaccò in modo irrimediabile il Corpo dell’Apostolo. Nel 1570, con l’istituzione della diocesi, il tempio fu rinnovato e notevolmente migliorato. Purtroppo nel 1799 la cattedrale subì nuovamente un’altra aggressione da parte dei Francesi. Fu ancora restaurata. Nell’ultimo conflitto mondiale fu letteralmente sventrata dai Tedeschi. Il 5 novembre del 1943, il vicario della diocesi, mons. Luigi Carbone, il parroco di S. Tommaso don Pietro Di Fulvio e don Tommaso Sanvitale si ritrovarono insieme per una importante decisione: dove e come salvare il busto d’argento di S. Tommaso. I Tedeschi, infatti, avevano mandato segnali contrastanti. Si erano informati del peso e del valore venale del busto. Un comandante cattolico si era impegnato a risparmiare la cattedrale e la torre semaforica. I tre sacerdoti, non sapendo a chi credere, dopo una meditata riflessione, decisero di “murare” il busto dell’Apostolo al secondo piano del campanile, in un angolo scuro, ricoperto di legname umido abbandonato. Procedettero in assoluto segreto lo stesso giorno alle ore 14, aiutati da due muratori: Nicola Di Fulvio, fratello del Parroco, e Peppino Valentinetti. Poi venne la furia devastatrice della guerra, che causò alla città di Ortona oltre 1300 vittime civili e la perdita di tutto il patrimonio edilizio. La cattedrale fu letteralmente sventrata, rimase in piedi a malapena la sagrestia, sia pure con il pavimento ricoperto di macerie. L’11 gennaio 1944, quando la linea del si andava allontanando, mons. Tesauri, arcivescovo di Lanciano e vescovo di Ortona, fece demolire l’altare costruito sulla tomba di san Tommaso.

Attuale busto in argento san Tommaso Estrasse l’urna che rivide la luce dopo 150 anni. In corteo le Ossa dell’Apostolo furono trasferite nel rione Castello, a casa del parroco. Il notaio redasse il relativo verbale. Intanto fu avviato lo sgombero delle macerie dalla sagrestia della cattedrale. L’avvocato Tommaso Grilli cura il recupero dei pezzi artistici andati in frantumi con le guerra, quelli relativi al portone principale di epoca sveva e al portale gotico di Nicola Mancino. Il 16 luglio 1945, su un palco allestito nella piazza della cattedrale, tra la commozione degli ortonesi rientrati dallo sfollamento, mons. Tesauri celebrò in ritardo la festa del Perdono, che ricorre la prima domenica di maggio.
Il sacro busto, estratto dal muro dove era rimasto nascosto, venne nuovamente esposto alla venerazione dei fedeli. La cattedrale ricostruita fu riaperta al culto e ridedicata il 5 settembre 1949, con una solenne cerimonia celebrata da mons. Gioacchino Di Leo, vescovo di Ortona e dal cardinale Federico Tedeschini.
Per chiarezza si precisa che l’attuale busto in argento di san Tommaso, conservato nell’omonima cappella, è il terzo in ordine di tempo, fuso dalla fonderia Pani di Napoli nell’aprile dell’ Ottocento. Il primo fu rubato nel 1528 dalle milizie mercenarie, il secondo fu rubato dai Francesi nel 1799 e poi fuso.

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Dal 6 settembre 1258, data dell’arrivo in Ortona delle Ossa dell’apostolo Tommaso, la storia del popolo ortonese si identifica con la vita che ruota intorno alla Tomba di san Tommaso. La notizia della presenza del corpo dell’Apostolo si diffonde rapidamente, i pellegrini affluiscono per rivolgersi a Lui, la Chiesa locale si fa promotrice di varie iniziative, i pontefici gratificano i fedeli con la concessione delle indulgenze.
L’indulgenza è la remissione davanti a Dio della pena temporale dovuta per i peccati già perdonati attraverso la confessione. Trova la sua giustificazione nella comunione dei santi, nel tesoro dei meriti di Cristo e di tutti i giusti. La Chiesa concede l’indulgenza attingendo a tale tesoro, a beneficio spirituale dei fedeli vivi, battezzati e in grazia di Dio, e a suffragio per i defunti. L’indulgenza è plenaria se riguarda l’intera pena temporale, perpetua se non prevede limitazione di tempo, parziale se è limitato ad un periodo di tempo specifico.
Innocenzo VI ( 1359- 1362) per primo concesse l’indulgenza plenaria ai fedeli che avrebbero visitato la tomba dell’Apostolo in Ortona e pregato su di essa il giorno 6 settembre di ogni anno. Bonifacio IX la confermò nel 1399, rendendola analoga a quella concessa da Celestino V alla Chiesa aquilana.
Bolla papa SISTO IVIl 5 luglio 1479, il papa Sisto IV con la Bolla Pastoris aeterni, scritta su pergamena e conservata nella biblioteca diocesana di Ortona, non solo rinnovò l’indulgenza, che peraltro era già stata concessa in perpetuo, ma autorizzò il trasferimento del giorno per lucrarla, dal 6 settembre, anniversario della traslazione delle reliquie dell’Apostolo, alla prima domenica di maggio. In tal modo veniva incontro al desiderio degli ortonesi, secondo i quali, i forestieri a maggio avrebbero più facilmente potuto raggiungere la città, pregare sulla tomba dell’Apostolo e ricevere l’indulgenza. Secondo alcuni storiografi locali, la richiesta degli ortonesi sarebbe stata motivata dalla volontà di abbinare la festa del Perdono con le fiere di maggio.
Gregorio XIII, il 13 settembre 1575, cinque anni dopo la restituzione del vescovado ad Ortona, con un “breve” confermò l’indulgenza concessa da Sisto IV per la prima domenica di maggio. Clemente VIII, nel breve del 4 marzo 1596, fissa due giorni per lucrare l’indulgenza: il 15 agosto e il 21 dicembre, festa liturgica di san Tommaso.
Bolla papa BENEDETTO XIV Nel Settecento, il vescovo di Ortona, monsignor Marcantonio Amalfitani si rivolge al papa Benedetto XIV per chiedere la proroga della concessione dell’indulgenza al lunedì e martedì successivi alla prima domenica di maggio. Benedetto XIV, con il breve del 14 aprile 1742, accolse la proposta e confermò in perpetuo il privilegio dell’indulgenza plenaria preesistente. Pertanto fissò il 21 dicembre, festa liturgica dell’apostolo, la prima domenica di maggio più il lunedì e il martedì successivi.
Bolla papa PIO XIIL’ultima bolla pontificia è del 2 settembre 1949, emessa da Pio XII. Con essa il pontefice concede una triplice indulgenza, da acquisire una sola volta l’anno per se stessi e come suffragio per i defunti: la prima domenica di maggio più i due giorni successivi, il 6 settembre e il 21 dicembre. Nella bolla il papa non solo parla della presenza delle Ossa dell’Apostolo in Ortona, ma accenna anche alle luttuose vicende della guerra, Infatti monsignor Pietro Tesauri, arcivescovo di di Lanciano e amministratore perpetuo di Ortona, in due lettere, l’una del 15 giugno e l’altra del 17 giugno 1944, aveva riferito la situazione delle due città colpite dalla guerra. La popolazione era esausta. Aveva sofferto la fame, il freddo, la distruzione delle case e delle chiese. Solo i parroci erano rimasti vicino ai loro fedeli e avevano portato loro un po’ di conforto.
Tutti documenti sono conservati presso la biblioteca diocesana di Ortona.
Oggi, nello spirito della riforma promossa dal Concilio Vaticano II, la concessione delle indulgenze spetta al Papa e ai vescovi. Il catechismo della Chiesa cattolica chiarisce che la dottrina e la pratica delle Indulgenze nella Chiesa sono strettamente legati agli effetti del sacramento della penitenza.
L’indulgenza si ottiene mediante la Chiesa, che in virtù di legare e sciogliere accordatale da Gesù Cristo, interviene a favore del cristiano e gli dischiude il tesoro dei meriti di Cristo e dei santi, perché ottenga da Padre di misericordia la remissione delle pene temporali dovute per i suoi peccati. Così la Chiesa non solo aiuta il cristiano a redimersi, ma anche a compiere opere di pietà, di penitenza e di carità.
L’ ultima lettera è quella dell’attuale pontefice Benedetto XVI diretta all’arcivescovo di Lanciano- Ortona, monsignor Carlo Ghidelli, in occasione del suo giubileo sacerdotale, nel 2008. Benedetto XVI scrive: tu custodisci le reliquie di san Tommaso Apostolo…Poi invita tutti i cristiani a camminare nella ricerca della verità e a purificarsi nel cammino di conversione.

 



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Ricostruzione scheletro San Tommaso La ricognizione scientifica delle Ossa di san Tommaso, con tutte le operazioni prescritte, è durata dal 12 settembre 1983 al 25 aprile del 1986. La sera del 21 dicembre 1983, nel quarantesimo anniversario della distruzione della Cattedrale, sua Eccellenza mons Enzio d’Antonio convocò un’assemblea popolare in cattedrale per la celebrazione eucaristica e per esporre un progetto di tutela e conservazione delle reliquie di san Tommaso apostolo. All’improvviso si levò un applauso unanime di tutta la popolazione presente, che fugò completamente le perplessità che ancora sussistevano. Fu un momento magico, che come disse l’arcivescovo, aggiunse una pagina significativa alla storia della nostra comunità. La ricognizione ebbe inizio con l’estrazione del cranio dell’Apostolo dal busto d’argento custodito nell’urna posta al centro dell’altare della cappella dedicata a San Tommaso. Proseguì con l’apertura del sarcofago e della cassetta contenente le reliquie di San Tommaso apostolo, e successivamente con l’esame macroscopico del cranio e dei reperti contenuti nell’urna metallica. La commissione era costituita dal prof. dott. Arnaldo Capelli, preside della facoltà di medicina dell’Università di Chieti, prof. dott. Sergio Sensi direttore dell’Istituto di clinica medica dell’Università di Chieti, prof. dott. Luigi Capasso docente di paleopatologia dell’Università di Chieti, prof. dott. Fulvio Della Loggia aiuto clinica medica Università di Chieti. La perizia antropologica sui resti dello scheletro doveva stabilire: -i segmenti scheletrici sicuramente riferibili al cranio di san Tommaso, - attribuzione del sesso, dell’età alla morte e dell’epoca relativa, - rilevare eventuali condizioni patologiche, - riordinare il materiale scheletrico ai fini di una migliore conservazione. Come approfondimento degli studi furono anche effettuate indagini istologiche ed istochimiche. Le reliquie ricomposte furono esposte alla pubblica venerazione e poi si procedette alle operazioni per l’intervento conservativo. I lavori si conclusero con la sistemazione delle reliquie, la chiusura del cilindro e la sua sistemazione, dopo interventi tecnici altamente specializzati sotto l’altare della cripta, dove tuttora il corpo dell’Apostolo è conservato. Tutte le relazioni dei consulenti sono pubblicate sugli Atti. Questa la sintesi conclusiva: Questo individuo appartenne ad un soggetto longitipo, con ossatura gracile, di aspetto minuto, con statura di 160+ - 10 centimetri, di età scheletrica alla morte compresa tra i 50 e i 70 anni, affetto da una forma particolare di spondiloartrite archilopoietica con localizzazioni anche alle piccole articolazioni delle mani, portatore di un piccolo osteoma del cranio in regione frontale e di ossa soprannumerarie lungo una delle suture della volta cranica. Detto individuo mostra le tracce di una frattura dell’osso zigomatico destro provocata da un affilato fendente poco prima o poco dopo il decesso. Anche in passato furono fatte molte ricognizioni scientifiche, a causa delle ripetute distruzioni della città e della cattedrale. Nel 1475, alcuni gentiluomini ortonesi, con la speranza di arricchirsi, concordarono di asportare le Ossa di san Tommaso per offrirle al Signore di Venezia. L’unica chiave, che apriva la serratura della cassetta contenente i resti mortali dell’Apostolo, era custodita da don Mascio, che divenne loro complice. Il tentativo, perpetrato di notte, non riuscì perché i rei ebbero l’impressione di sentire la voce dell’Apostolo che ammoniva: lassa stare. Impauriti fuggirono, ma la notizia si diffuse rapidamente in città. Seguirono inchieste e arresti. Contemporaneamente furono costruite le inferriate con catene e aumentate le chiavi fino a cinque. ricognizioni del 1952 e del 1958 mirarono ad un rigoroso elenco e ad una denominazione tecnica di tutte le Ossa dell’Apostolo. Il Vescovo presenta le reliquie al popolo di Ortona Dopo quel triste episodio venne responsabilizzato il Consiglio della città. Infatti, da quel momento in poi, la custodia delle sacre Ossa divenne un incarico prestigioso e di forte responsabilità, affidato contemporaneamente a due consiglieri, eletti dal Consiglio cittadino, e ai canonici scelti dal Vescovo della Diocesi. La prima ricognizione fu fatta dopo l’assalto dei Turchi ad Ortona del 1566. Il documento relativo, redatto dal notaio Giuseppe Massari di Ortona, alla presenza di numerose autorità e testimoni, del vescovo mons. Rebiba, dei canonici, del sindaco, del fisico e dottore Giovan Battista De Lectis e di tanti altri, porta la data del 16 novembre 1575. La seconda ricognizione è del 26 aprile 1800, dopo l’aggressione fatta dai Francesi alla città di Ortona nel 1799. Le Ossa dell’Apostolo furono messe al sicuro in una cassetta, chiusa con una chiave e due lucchetti. Fu inaugurato il nuovo busto d’argento, dal momento che il precedente era stato fuso dai Francesi. La terza verifica è del 20 gennaio 1944, dopo la liberazione di Ortona dai Tedeschi, che comunque non avevano arrecato nessun danno né alle Ossa conservate in un sarcofago sotto l’altare, né al Busto “murato” in un luogo segreto del campanile. L’atto notarile è firmato dal notaio Tommaso Pettinelli. Le ricognizioni del 1952 e del 1958 mirarono ad un rigoroso elenco e ad una denominazione tecnica di tutte le Ossa dell’Apostolo.



 

RELAZIONE SULLA OSSERVAZIONE DI UNA
RELIQUIA OSSEA ATTRIBUITA A S. TOMMASO
AP. CUSTODITA NELLA BASILICA DI S. NICOLA DI BARI

Ortona, 10 novembre 2009
Nel Tesoro della basilica di San Nicola di Bari sono custoditi moltissimi reliquiari. Tra essi vi è quello contenente una Reliquia Ossea attribuita all’Apostolo Tommaso che ci viene concesso di osservare l’8 settembre 2009 per la gentile disponibilità del Priore della Basilica Padre Damiano Bova.
Il reliquiario viene fatto risalire al 1602-1618 ha la forma di un braccio destro che impugna una lancia, nella iconografia antica simbolo del martirio subito dall’Apostolo, e poggia su una base contenente una reliquia della Maddalena. (Fig. 1).

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Fig.1:  Reliquiariodi S.Tommaso Ap.in Bari

Il braccio misura cm. 63, 67 cm. se misurato fino alla punta della lancia.
Una finestra centrale, rettangolare lascia vedere un osso incastonato. Sui lati lunghi che delimitano la finestra, sono scolpite le seguenti parole:
sul lato sinistro dal basso in alto
“ BRACHII SANCTI THOMAE APOSTOLI”,
sul lato destro in modo discendente
“ ECCLESIAE SANCTI NICOLAI BARENSIS”.(Fig.2)

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Fig. 2 : Osso incastonato nel Reliquiario

La nostra attenzione di medico, già consulente nella Ricognizione, nel 1984, di altre Reliquie dell’Apostolo e conservate nella Basilica di San Tommaso Apostolo in Ortona (Chieti), viene concentrata sull’esame anatomico dell’osso contenuto nel Reliquiario ( Fig.3).
Al riguardo siamo in grado, secondo scienza e coscienza, di riferire quanto segue.
Trattasi di un osso lungo ( lunghezza prevalente sugli altri diametri), conservato in Bari dal 1102, che presenta l’estremità superiore, o epifisi prossimale, a forma di disco rotondeggiante, scavato in corrispondenza della faccia libera.
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Fig.3: Osso nel Reliquiario imm5
Fig.4: Ossa dell’avambraccio

L’epifisi superiore è unita alla diafisi ( corpo dell’osso) da un tratto cilindrico più sottile cui segue inferiormente una sporgenza modicamente rilevata.
Dallo stesso lato di questa sporgenza la parte centrale dell’osso presenta un margine concavo.
Il corpo dell’osso aumenta di diametro a poco a poco nel discendere e la estremità inferiore, o epifisi distale, si presenta più grande di quella superiore, o prossimale, ed è parzialmente affondata nella base del braccio reliquiario.
Gli elementi osservati portano alla convinzione di trovarsi di fronte ad un osso dell’avambraccio, quindi il vocabolo “ Brachii” va inteso nel senso di “arto
superiore” composto da: omero, unico osso del braccio ma con caratteri molto diversi da quelli osservati, dalle due ossa dell’avambraccio ulna e radio (vediFig.4) e dalle ossa della mano.
I particolari osservati e descritti portano a concludere di essere davanti ad   un ” osso radio”  come  rilevabile dal raffronto tra la reliquia in esame e la figura anatomica (fig. 5).


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Fig. 5 Raffronto tra osso radio anatomico e osso della reliquia
L’estremità superiore ha i caratteri della testa del radio, o capitello, seguito
dal collo e dalla tuberosità bicipitale del radio. La convessità della porzione media, cresta interossea del radio, diretta dallo stesso lato della tuberosità su descritta, il progressivo ingrandimento del diametro longitudinale  verso il basso porta alla conclusione di aver riconosciuto un “osso radio” sinistro con la estremità inferiore( apofisi stiloide) affondata nella base del braccio reliquiario.
La misura rilevata, mantenendo la reliquia nel suo sito, è stata la lunghezza dell’osso dal capitello all’apofisi stiloide che è risultata essere di 23 cm.
La lunghezza del radio umano mediamente varia da 20 a 30 cm., a seconda dell’altezza del soggetto.
Esistono in antropometria delle formule e dei metodi che permettono di ricostruire la statura di un soggetto dalla lunghezza di alcune ossa. Utilizzando queste formule e questi metodi con l’osso radio è possibile ricostruire la statura del soggetto in vita. (Tab.1)


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Tab.1 Ricostruzione della statura

Utilizzando i valori trovati sono state valutate la media e la deviazione standard (D.S.)  degli stessi.


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Tab. 2 Calcolo della Media e della D.S dei valori
.

Nella ricognizione scientifica delle Reliquie conservate ad Ortona i consulenti hanno valutato con segmenti scheletrici diversi, precisamente i femori, la statura del soggetto in vita pari a 160 cm. + 10.

Da quanto esposto si possono trarre le seguenti conclusioni:

1)Il valore dell’altezza del soggetto ricostruita con l’osso radio custodito nella  Basilica di san Nicola di Bari (163,40 cm. + 2.006) non ha rilevato una diversità statisticamente significativa (p > 0.05) con il valore dell’altezza ricostruita con i femori delle reliquie conservate nella Basilica di San Tommaso Apostolo in Ortona (160 cm. + 10).
E’ possibile perciò che l’osso radio di Bari e le Reliquie di Ortona siano appartenute, in vita, allo stesso soggetto. a

2)La mancanza nelle Reliquie custodite in Orton dell’osso radio sinistro rende
la Reliquia portata a Bari nel 1102 compatibile e complementare con quelle
portate in Ortona da Chios nel 1258. (Figg.6 e7). 



Fig 6: Scheletro ricostruito                        Fig. 7: Fig.6 con Reliquia di Bari
in Ortona ( senza osso radio sin.)                          virtualmente inserita

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Lapide rivelazione S.BrigidaBrigida Birgersdotter nacque a Finsta, in Svezia, nel 1303, da famiglia aristocratica. Allora i cittadini scandinavi erano tutti cattolici. A diciotto anni Brigida fu costretta dal padre a sposare il giovane Ulf Gudmarsson. Dalla coppia nacquero otto figli, quattro maschi e quattro femmine. Una di esse sarà santa Caterina di Svezia.
Brigida visse la vita di corte come sposa e come madre.
Nel biennio 1341- 1343 effettuò un pellegrinaggio in Spagna a San Giacomo di Compostela.
Per un certo periodo il marito, che era con lei, si fermò presso i monaci cistercensi di Alvastra, ma al ritorno a casa, nel 1344, morì. Dopo la morte del coniuge, Brigida diede una svolta alla sua vita, indossò l’abito cinerino del Crocifisso, simbolo di povertà e di penitenza, ed entrò in un monastero cistercense. Trascorreva il tempo nella meditazione e nella contemplazione, spesso cadeva in estasi e riceveva molte rivelazioni che poi dettava al suo confessore. Proprio in quel periodo concepì l’idea di fondare un ordine religioso. Donna forte e di carattere, esortava spesso il Pontefice perché lasciasse Avignone e tornasse nella sua sede storica di Roma.
In occasione dell’Anno Santo 1350, Brigida si trasferì a Roma nella casa di Piazza Farnese, che lei adattò per ospitare i pellegrini che provenivano dai paesi scandinavi. Imparò il latino e condusse una vita molto austera. Spesso mendicava il pane quotidiano con gli altri questuanti sugli scalini delle chiese romane. Una sera alcuni facinorosi tentarono perfino di bruciarla viva. Al canto dell’Ave Maris Stella i malviventi si allontanarono. Nel periodo romano ebbe inizio un secondo ciclo di rivelazioni. La santa le riceveva in uno stato di veglia e di estasi, a volte aveva visioni, altre volte ascoltava voci senza capire chi parlasse. Le parole in latino, ascoltate nell’estasi, rimanevano impresse nella memoria della santa, finché i suoi segretari non le avessero trascritte. Poi Brigida ricontrollava scrupolosamente lo scritto per assicurarsi che la versione fosse corretta. Le sue erano rivelazioni private, vagliate prudentemente da molti padri del Concilio di Costanza e di Basilea, furono ritenute, invece, veritiere dai papi Gregorio XI, Urbano VI e Bonifacio IX, il papa che concesse la prima indulgenza a chiunque avesse pregato sulla tomba di san Tommaso in Ortona. Secondo la tradizione locale, Brigida visitò due volte la tomba dell’Apostolo in Ortona. Un’antica chiesa di Arielli a lei dedicata, in memoria del suo passaggio, e il cippo posto davanti alla chiesa di San Rocco, a Porta Caldari di Ortona, testimoniano ancora oggi il pellegrinaggio della santa nella nostra città. Ebbene, nel 1365 Brigida si recò ad Assisi per visitare la tomba di San Francesco, dove si trattenne per qualche tempo, poi si diresse verso il sud per andare a pregare sulle tombe degli apostoli: san Tommaso ad Ortona, san Matteo a Salerno e sant’Andrea ad Amalfi. Le notizie allora giungevano a Roma abbastanza agevolmente, dal momento che l’Anno Santo del 1350 aveva richiamato a Roma tantissimi pellegrini, che viaggiavano in carrozza, oppure in barca lungo le vie fluviali. Come riporta il processo di beatificazione, citato da Antonio Politi parroco della cattedrale di San Tommaso dal 1964 al 2000, Santa Brigida giunse in Ortona ad estate inoltrata, in un periodo tra il 1365 e il 1370. Era accompagnata dal vescovo svedese Thomas Joansson, da sacerdoti svedesi, dalla figlia e da una nobile romana. Giunta alle porte di Ortona, la comitiva non poté entrare in città a causa di un forte temporale, perciò fu costretta ad attendere il mattino successivo. Obelisco in ricordo del passaggio di S.BrigidaSubito dopo la santa si recò sulla tomba dell’Apostolo, dove ebbe la seguente rivelazione: Allora udì una voce che diceva Io sono il Creatore di tutte le cose e il Redentore….si deve dire e predicare in maniera molto sicura che come i corpi degli apostoli Pietro e Paolo sono a Roma,, così le reliquie di san Tommaso mio apostolo sono in Ortona. Poi le apparve Tommaso e le disse: ti darò il tesoro desiderato ormai a lungo da te. Nello stesso momento, senza che nessuno toccasse la cassa contenente le ossa dell’apostolo, apparve un frammento del dito di Tommaso, che Brigida conservò gelosamente e che oggi si conserva nella Basilica di Santa Croce in Gerusalemme a Roma. Brigida morì il 23 luglio del 1373 e fu canonizzata il 7 ottobre 1391. Nel processo di beatificazione, il 31 agosto 1379, la figlia raccontò tutto quello che era successo in Ortona, dal momento che era presente anche lei. Riferì che era stata due volte in Ortona per visitare la tomba dell’apostolo Tommaso. Il sarcofago era ben chiuso, ma nonostante questo, ella vide con i propri occhi che un pezzo di osso del dito dell’Apostolo uscì dalla cassa sigillata e si pose nelle mani di Brigida. Lei con grande devozione lo mostrò dall’altare ai suoi confessori, al vescovo e all’intera comitiva. Poi raccontò che la madre aveva tanto desiderato possedere una reliquia dell’apostolo e nel primo viaggio aveva fervidamente pregato per ottenere questo miracolo. San Tommaso le era apparso e le aveva detto: Torna qui e io soddisferò il tuo desiderio. La figlia concluse il racconto dicendo che tutta Ortona parlava dell’avvenimento straordinario. Le rivelazioni di santa Brigida di Svezia, riferite dallo scrittore ortonese del Mille e Cinquecento De Lectis, sono state tradotte nel 2005 da Antonio Falcone.
Dopo la visita di santa Brigida in Ortona, personalità più o meno famose, laici e religiosi sostarono sulla tomba dell’Apostolo per pregare. Nel 1933 le ferrovie dello Stato dovettero approntare treni speciali diretti a Ortona per far fronte alla massa dei pellegrini.
I pellegrinaggi attraverso l’Abruzzo si verificarono fin dal lontano 1097, quando il papa Urbano II venne a Chieti per convincere i Normanni a partecipare alla prima crociata, già in atto dall’anno precedente. I crociati provenivano dai paesi europei e dal nord dell’Italia, attraverso la via francigena. Si fermavano abitualmente a Roma e a Montecassino. A Ortona i due monasteri benedettini di San Marco e di San Martino, facilmente raggiungibili attraverso le vie fluviali, furono due centri di raccolta dei pellegrini, prima che si imbarcassero dai porti pugliesi, diretti verso la Terra Santa.

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Il viaggio del pio LeoneL’isola di Chios, compresa nell’arcipelago delle Sporadi e vicinissima alla costa turca, nell’antichità fu fiorente città della Ionia d’Asia e vanta di aver dato i natali ad illustri uomini, quali i poeti Omero e Ione, lo storico Teopompo e il filosofo Metrodoro. Conquistata dai romani nel 70 a. C. successivamente fece parte dell’Impero bizantino. Fu saccheggiata dagli Arabi nell’VIII secolo e dai Turchi nel 1089.
Dal 1204, inserita nell’Impero latino d’Oriente, poco dopo divenne oggetto di contesa tra Venezia e Genova, che cominciò lo sfruttamento nel 1261. I Turchi la conquistarono nel 1566.

il pio Leone salpa da Chios Tre galee ortonesi raggiunsero l’isola di Chios nel 1258. L’impero bizantino era in crisi, il regno di Nicea sostenuto dai Greci tentava di strapparle il primato. Manfredi, principe di Taranto e futuro re di Puglia e di Sicilia, legato per accordi al despota dell’Epiro, e al re di Gerusalemme suo nipote, aveva favorito degli accordi, con documentazioni giunte fino a noi, non solo con tutte le città portuali dell’Adriatico Ortona compresa, ma anche con la stessa Genova, nemica dichiarata di Venezia. Manfredi aspirava non solo a conquistare l’Italia settentrionale, come in parte fece, ma anche a diventare imperatore d’Oriente. A tale scopo preparò una flotta di cento galee militari e affidò il comando al suo grande ammiraglio Filippo Chinardo. La flotta raggiunse Nauplia di Romània e poi si divise. Una parte combatté intorno al Peloponneso e alle isole dell’Egeo, l’altra nel mare che lambiva la costa siriana di allora. Le tre galee di Ortona si spostarono sul secondo fronte di guerra e raggiunsero l’isola di Chios. Il racconto che segue è fornito da Giambattista De Lectis, medico e scrittore ortonese del Mille e cinquecento. Dopo il saccheggio, il navarca ortonese Leone si recò a pregare nella chiesa principale dell’isola di Chios e fu attratto da un oratorio adorno e risplendente di luci. Un anziano sacerdote, attraverso un interprete lo informò che in quell’oratorio si venerava il Corpo di san Tommaso apostolo. Leone, pervaso da una insolita dolcezza, si raccolse in preghiera profonda. In quel momento una mano luminosa per ben due volte lo invitò ad avvicinarsi. Il navarca Leone allungò la mano ed estrasse un osso dal foro più grande della pietra tombale, su cui erano incise delle lettere greche e raffigurato un vescovo nimbato a mezzo busto. Ebbe la conferma di quanto gli aveva detto l’anziano sacerdote e di trovarsi effettivamente in presenza del corpo dell’Apostolo. Tornò sulla galea e progettò il furto per la notte successiva, insieme al compagno Ruggiero di Grogno. I due così fecero. Sollevarono la pesante lapide e osservarono le reliquie sottostanti. Le avvolsero in candidi panni, le riposero in una cassetta di legno ( conservata ad Ortona fino al saccheggio del 1566) e le portarono a bordo della galea. Leone, poi, insieme con altri compagni, tornò nuovamente nella chiesa, prese la pietra tombale e la portò via. Appena l’ammiraglio Chinardo venne a conoscenza del prezioso carico trasferì tutti i marinai di fede musulmana su altre navi e ordinò di prendere la rotta verso Ortona.

il pio Leone approda ad OrtonaLa galea che recava le Ossa dell’Apostolo navigò in modo più sicuro e veloce delle altre ed approdò al porto di Ortona il 6 settembre 1258. Secondo il racconto di De Lectis, fu informato l’abate Iacopo responsabile della Chiesa ortonese, il quale predispose tutti gli accorgimenti per un’accoglienza sentita e condivisa da parte di tutto il popolo. Da allora il corpo dell’apostolo e la pietra tombale sono custoditi nella cripta della Basilica. Nel 1259 una pergamena redatta a Bari dal giudice ai contratti Giovanni Pavone, alla presenza di cinque testimoni, conservata a Ortona presso la Biblioteca diocesana, conferma la veridicità di quell’avvenimento, riportato, come detto, anche da Giambattista De Lectis, medico e scrittore ortonese del Cinquecento.
Attualmente, pertanto, abbiamo quattro prove della presenza dell’Apostolo in Ortona:

pietra tombale - 1 la pietra tombale, riconducibile all’arte siro-mesopotamica, è databile al terzo - quinto secolo sia sotto il profilo paleografico sia dal punto di vista iconografico. In essa è raffigurata una immagine a mezzo busto di uomo nimbato e benedicente con ai lati una scritta in caratteri greci onciali (o osios thomas, cioè san Tommaso. Va precisato che il termine osios era usato con il significato di santo solo nei primissimi secoli del Cristianesimo). Nella parte inferiore della lapide, poi, si aprono due fori di diversa dimensione come quelli presenti nelle tombe dei martiri, sempre dei primi secoli, e di san Paolo, per le reliquie da contatto e per le libagioni. Di essa si parla successivamente in modo dettagliato

 

Pergamena 1259- 2 la pergamena del 1259, conservata presso la biblioteca diocesana di Ortona, venne redatta a Bari dal giudice ai contratti G. Pavone, alla presenza di cinque testimoni. Un’altra pergamena dello stesso notaio, datata 1261 e riportata in un Codice barese, dimostra l’autenticità del documento, oltre la scrittura minuscola cancelleresca, le abbreviazioni ed altri elementi caratteristici del tempo storico di riferimento;

Ricostruzione scheletro San Tommaso - 3 la ricognizione scientifica del 1984 ha accertato che il corpo venerato in Ortona appartiene ad un soggetto longitipo, con ossatura gracile, di aspetto minuto con statura di 160 o 170 centimetri, di età scheletrica alla morte compresa tra i 50 e i 70 anni, affetto da una forma particolare di spondiloartrite anchilopoietica con localizzazioni anche alle piccole articolazioni delle mani, portatore di un piccolo osteoma del cranio in regione frontale e di ossa soprannumerarie lungo una delle suture della volta cranica. Detto individuo mostra le tracce di una frattura dell’osso zigomatico destro provocata da un affilato fendente poco prima o poco dopo il decesso;

Reliquia San Tommaso Bari - 4 La reliquia di San Tommaso apostolo conservata a Bari è un osso radio sinistro, mancante nel corpo di Ortona, complementare e compatibile con lo stesso corpo. Il Cronicon barese chiarisce che un vescovo francese, cugino di Baldovino di Le Bourg signore di Edessa, nel 1102, di ritorno dalla Terra Santa e da Edessa, lasciò a Bari, presso la basilica di San Nicola, la reliquia di san Tommaso apostolo.

 

 

Pietra tombale

La pietra tombale, portata a Ortona da Chios insieme alle reliquie dell’Apostolo, attualmente è conservata nella cripta della Basilica di san Tommaso, dietro l’altare. L’urna contenente le ossa, invece è posta sotto l’altare. La lapide ha le dimensioni di cm. 137 x cm. 48 e lo spessore di cm.52 circa. Dalla tradizione è definita pietra calcedonio.
Essa è il coperchio di un finto sarcofago, forma di sepoltura abbastanza diffusa nel mondo paleocristiano, quale parte superiore di una tomba di materiale meno pregiato.
La lapide presenta un’iscrizione ed un bassorilievo che rinviano, sotto molti punti di vista, all’area siro-mesopotamica.Pietra tombale Tommaso apostolo
Sull’iscrizione è possibile leggere, in caratteri greci onciali, l’espressione o osios thomas, cioè san Tommaso. Essa è databile dal punto di vista paleografico e lessicale al III-V secolo, epoca in cui il termine osios viene ancora usato quale sinonimo di aghios, nel senso che santo è colui che è nella grazia di Dio ed è inserito nella Chiesa: i due vocaboli, di conseguenza, indicano i Cristiani. Nel caso particolare della lapide di san Tommaso, poi, la parola osios può essere agevolmente la traduzione del termine siriaco mar (signore), attribuito nel mondo antico, ma anche ai giorni nostri, sia ad un santo sia ad un vescovo. Con tale termine, pertanto, si voleva indicare l’apostolo come primo vescovo della chiesa locale.
Guardando, tuttavia, con più attenzione l’iscrizione, è possibile notare che sopra le due parole sono tracciati dei segni che rinviano alle indicazioni paleografiche per la presenza di abbreviature per contrazione: in tal caso le parole potrebbero significare il reale san Tommaso.
Al centro della lapide è stato inciso un bassorilievo con l’immagine di un religioso, nimbato, in atto di impartire, con la mano destra, la benedizione (secondo il rito della Chiesa Orientale ed indicante le prime due lettere, in greco, della parola Cristo). Nella sinistra tiene un oggetto solitamente inteso come una croce, ma il patibulum è troppo corto. Dunque potrebbe essere anche una spada, con chiaro riferimento al martirio del Santo. Infatti gli Atti di Tommaso parlano di morte per un colpo di lancia o di spada. L’ultima ricognizione delle ossa del Santo, effettuata nel 1984, ha dimostrato che l’individuo aveva ricevuto un fendente in pieno volto poco prima o immediatamente dopo il decesso. Se invece si vuole attribuire un significato ampiamente teologico, allora possiamo indicare “la spada dello Spirito”, che nell’ottica cristiana, diventa con la croce speculare strumento per il trionfo della forza della Parola.
Iconograficamente, poi, il bassorilievo non discorda dalle caratteristiche artistiche dell’area siro-mesopotamica dei primi secoli dell’era cristiana. Significative, in particolare, sono le somiglianze con l’immagine di Aronne ritrovata nella sinagoga di Doura Europos datata al 250, e di alcune lapidi tombali, databili al I-II secolo, provenienti dall’area cimiteriale di Edessa. Proprio in quella città, oggi Sanliurfa, il corpo del Santo è stato conservato per alcuni secoli, per poi essere trasferito a Chios da dove è giunto in Ortona.
L’appartenenza della lapide ad un’area periferica del mondo ellenistico giustificherebbe ampiamente l’uso della parola osios per tradurre il siriaco mar ed il piccolo errore ortografico della parola Thomas, la cui o, in greco, è un omicron e non un omega, come solitamente il nome è scritto correttamente. Nelle aree ellenistiche di lingua semitica, infatti, frequentemente si rintraccia la confusione tra vocale greca lunga e breve: ciò è determinato da diversità di pronuncia e difficoltà di trascrivere termini provenienti da un ceppo linguistico con un sistema vocalico ben diverso. Nella parte bassa della lapide, inoltre, sono presenti due fori di differenti dimensioni, come quelli che si ritrovano in varie sepolture dei primi secoli del Cristianesimo, e in quella di san Paolo, al fine di introdurre balsami o fare libagioni sulla tomba del defunto. Quando si trattava della tomba di un martire, quello più ampio serviva anche per fornire reliquie da contatto.

 

mappa viaggio reliquie tommaso

 

Brevissima storia di s.Tommaso

 

Secondo un'antica tradizione, SAN TOMMASO iniziò la sua opera di evangelizzare dalla Siria, passando poi in Mesopotamia, dove fondò la sua prima comunità in Edessa, l’attuale Sanliurfa turca, poi raggiunse Babilonia, dove fondò un’altra comunità presso cui visse sette anni. Quindi si spinse fino all'India sud-occidentale, che raggiunse via mare nell'anno 52, dove iniziò la predicazione nella città portuale di Muziris e fondò successivamente numerose comunità cristiane in tutta la regione del Kerala. Dall’India si recò in Cina per poi tornare ancora in India sulla costa sud-orientale del Coromandel morendo a Mylapore e lì sepolto. Nel III secolo avvenne nel sud dell'India una delle prime violente persecuzioni anti-cristiane e i fedeli vollero salvare le ossa di San Tommaso trasportandole nella sua prima comunità, Edessa (circa nel 232), da cui, poi, vennero traslate in un luogo ritenuto ancora più sicuro: l'Isola di Chio(circa nel 1146). San Tommaso riposò fino a quando, nel 1258, arrivarono a Chios alcune galee armate che facevano parte della spedizione militare organizzata nell’Egeo da Manfredi, Principe di Taranto e futuro re delle Sicilie, desideroso di estendere il suo dominio in Oriente dove l’Impero di Bisanzio era ormai in agonia. Dopo il saccheggio dell’isola, il 10 agosto, il pio navarca Leone, comandante delle 3 galee di Ortona, aiutato da pochi compagni fidati, trafugò da Chios le ossa di s.Tommaso e la lapide marmorea che le copriva, spiegando immediatamente le vele per l’Italia. Il 6 settembre 1258 Leone e le sue 3 galee entrarono nel porto di Ortona e la popolazione portò in processione ossa e lapide fino alla Chiesa Madre di s.Maria degli Angeli, trasformata nei secoli in Cattedrale e Basilica e cambiando anche il nome, dove s.Tommaso ancora riposa, ormai da più di 750 anni.

 

 

 

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